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"Verso Crassiza" di Mario Ravalico presentazione al Museo di Via Torino

 

Lunedì 20 aprile, nella Sala Vigini del Civico Museo della Civiltà istriana, fiumana, dalmata, in via Torino 8, alle ore 17.00, viene presentato il volume di Mario Ravalico “Verso Crassiza. Note ed appunti sul martirio di don Francesco Bonifacio per un’eventuale nuova biografia del Beato”. Interverranno don Antonio Bortuzzo e Roberto Spazzali. Il volume è edito da Mosetti per conto dell’I.R.C.I., Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata.

 

          È sera e un giovane pretino di campagna si congeda da un altrettanto giovane confratello, per passare, traverso sentieri boschivi, verso la sua parrocchia, la sua casa. Niente di strano se non fossimo nel settembre del 1946, con la guerra finita da poco e non si vivesse in quel senso di precario e incerto che gli eventi hanno lasciato in Italia come in tutta Europa. Niente di anormale se non fossimo in Istria, terra, a questo punto, non più italiana ma passata alla neonata Repubblica federativa di Jugoslavia; terra dove l’ideale socialista internazionalista portato avanti dal maresciallo Tito è, purtroppo, solo una maschera che nasconde un feroce nazionalismo slavo. L’italiano, passato per fratello, è un nemico. La Chiesa è nemica.

         Quel giovane prete è don Francesco Bonifacio e non sa che in quel maledetto 11 settembre 1946, lasciando la chiesa di Grisignana e congedandosi da don Giuseppe Rocco da cui ha appena ricevuto la Comunione, non raggiungerà mai la sua casa a Villa Gardossi (Crassiza). Andrà, invece, incontro ad una sorte atroce i cui connotati ancora non siamo in grado di conoscere con precisione. Sappiamo solo che quelle guardie della Difesa Popolare, che entrambi i preti hanno notato non lontani, lo fermeranno lungo il sentiero che si dirige verso il cimitero di San Vito e poi risale verso Peroi di Grisignana, entra nel bosco, sale verso il Cuchet, poi scende e termina al bivio di Danielis e Radani. Là il prete viene fermato e portato via. E poi nulla: ammazzato e poi infoibato. O sepolto, o bruciato …

         In una indagine certosina, come è una ricerca che non lascia nulla di intentato, Mario Ravalico ripercorre tutte le tappe, ascolta tutti i “si dice” e i “non si dice”, scruta, interrogando, negli animi, sfronda le perplessità da tanti dubbi, ritrova tracce che parevano perdute, ne scopre di nuove, percorre vie impervie di rapporti difficili, a tratti impossibili, trova riscontri che solo il tempo, che è passato, riesce a concedere … offre, in qualche modo, nuove possibilità. La ricerca esce ora in volume, curato da Ravalico e voluto dall’I.R.C.I., Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata, con il titolo “Verso Crassiza. Note ed appunti sul martirio di don Francesco Bonifacio per un’eventuale nuova biografia del Beato” ed appare, anch’esso, come un percorso difficile, irto di impedimenti, ma prodigo di aperture e ricco di speranze. Quasi fosse una salita del monte Carmelo. In attesa della contemplazione finale.

 

Invito bis

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11 febbraio 2015: “Carte e sapori d’Istria e di Dalmazia” in via Torino

Mercoledì 11 febbraio 2015 alle ore 17 appuntamento in via Torino 8 per un evento a margine delle celebrazioni per il Giorno del Ricordo 2015.

In occasione dell’avvio dei lavori di allestimento del Civico Museo della Civiltà Istriana, Fiumana e Dalmata, sarà presentato al pubblico l’Archivio del Comitato di Liberazione Nazionale dell’Istria, importante nucleo documentario in corso di riordino e consultabile dagli studiosi su richiesta.

Sarà inoltre dato ufficiale avvio ai lavori di allestimento del Museo con la presentazione al pubblico del posizionamento di una cappa e di un focolare originali della tradizione istriana, preziosi reperti finora conservati al Magazzino 18 del Porto Vecchio di Trieste, che saranno parte della sala del Museo dedicata alla “Cucina istriana”.

 

invito giorno ricordo 2015 FRONTE

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Presentazione alla stampa del progetto di allestimento del Museo

Venerdì 5 dicembre 2014 alle ore 11.30 presso la sede del Civico Museo della Civiltà Istriana, Fiumana e Dalmata viene presentato alla stampa il progetto di allestimento del Museo, per la realizzazione del quale inizieranno a breve i lavori.

Alla presenza di Paolo Tassinari, Assessore alla Cultura, e Antonella Grim, Assessore all'Educazione, Scuola e Università e Ricerca, presentano il progetto Chiara Vigini, Presidente dell’IRCI, Maria Masau Dan, Direttore dei Civici Musei e Vicepresidente dell’IRCI, Raoul Pupo, Segretario dell'IRCI, Massimiliano Schiozzi, progettista dell’allestimento, Anna Krekic, coordinatore dell’allestimento.

Il progetto di allestimento, elaborato in seno alla Commissione per il Museo della Civiltà Istriana, Fiumana e Dalmata, è il frutto di un lavoro che dall’inizio dell’anno 2014 ha visto in una prima fase la predisposizione dell’inventario del patrimonio dell’IRCI e in una seconda fase la vera e propria progettazione dell’allestimento della sede di via Torino.

 

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La Commissione Museo

La Commissione per il Museo della Civiltà Istriana, Fiumana e Dalmata è composta, come da Convenzione tra l'IRCI e il Comune di Trieste, da tre membri dell'IRCI (la Presidente Chiara Vigini, il Segretario Raoul Pupo e il Direttore Piero Delbello) e tre membri designati dal Comune di Trieste (Maria Masau Dan, nella duplice veste di Direttore dei Civici Musei di Trieste e di Vicepresidente dell'IRCI, Francesco Fait e Marzia Vidulli Torlo). Il progetto di allestimento è stato affidato a Massimiliano Schiozzi, il coordinamento ad Anna Krekic. Del gruppo di lavoro fanno parte anche lo storico Roberto Spazzali e le studiose Karen Drioli e Serena Paganini.


Il progetto di allestimento
Il progetto di allestimento prevede un percorso attraverso 15 sale tematiche a partire dal secondo piano del palazzo.
Si è posta molta attenzione alla valorizzazione dei materiali di proprietà dell'IRCI e in particolare agli oggetti provenienti dalle masserizie conservate al Magazzino 18 del Porto Vecchio.
Ad ogni piano l'opera di Livio Schiozzi (monolite/foiba), sarà spiegata da un testo in progressione fino all'ultimo piano dal quale si ha la visione totale e completa di tutti gli elementi dell'opera.
Il Museo inizia al pianterreno, attrezzato con desk biglietteria e bookshop. Dietro l'atrio si può accedere a un locale con la ricostruzione di una cucina tipica istriana, contenente anche approfondimenti sulla cultura culinaria. La sala a destra dell'ingresso è destinata ad esposizioni temporanee, mentre il soppalco viene attrezzato come spazio di consultazione multimediale. La sala a sinistra è attrezzata come sala conferenze.
Il percorso espositivo vero e proprio incomincia al secondo piano (nel primo piano hanno sede gli uffici dell'IRCI), con una sala introduttiva di carattere storico, impreziosita da importanti reperti archeologici provenienti dal Museo di via della Cattedrale.
La sala principale del secondo piano è divisa nelle tre sezioni "Acqua", "Ciclo della Vita" e "Terra", un percorso attraverso la cultura materiale e le tradizioni popolari. Un lungo corridoio dedicato a industria, commercio e artigianato conduce alla riproposizione di due botteghe artigiane, una farmacia e un'oreficeria, con strumenti e arredi originali.
L'ultima sala del secondo piano, "Costruire l'identità", affronta il tema dell'istruzione e delle istituzioni scolastiche e quello dell'associazionismo, sportivo e non solo.
Il terzo piano è dedicato alla cultura: un suggestivo corridoio diviso per nuclei tematici volti a illustrare la civiltà istriana prima dell'esodo: letteratura, musica, teatro, pittura, scienza, religiosità. Alla fine del percorso, la "stanza della rottura" introduce all'esperienza traumatica della guerra e dell'esodo. L'ultima sala racconta i vari aspetti e volti dell'esilio e le vicende delle masserizie oggi al Magazzino 18.
Il quarto piano è dedicato al "dopo esodo": esuli illustri del mondo della musica, dello sport, dello spettacolo; gli italiani in Istria oggi; gli istriani e Trieste. In una saletta specifica si propone un allestimento monografico dedicato a Pier Antonio Quarantotti Gambini.

 

 

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"All'ombra de' cipressi e dentro l'urne. Cimiteri storici di Trieste e del Litorale Istriano" presentazione al Museo di Via Torino

Vi segnaliamo che, è stato presentato, presso il Museo di Via Torino, il volume "All'ombra de' cipressi e dentro l'urne. Cimiteri storici di Trieste e del litorale istriano" di Luca Bellocchi.

 

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Attraverso l'analisi delle opere più rappresentative di alcuni cimiteri della fascia costiera e dell'entroterra della penisola istriana, il volume vuole tracciare un percorso comparativo con alcune opere coeve realizzate dagli stessi artisti nei cimiteri di Trieste. Così, seguendo un percorso che parte dai cimiteri del suburbio triestino e che passa da Capodistria e Pirano, da Isola e Montona sino ad arrivare a Lussinpiccolo, si potranno riscoprire tombe di famiglie importanti della società istriana a cavallo tra Ottocento e Novecento, ritrovando alcuni lavori di sorprendente fattura e alcuni casi di opere replicate dagli stessi artisti tra Trieste e l'Istria, tra i cimiteri delle comunità serba e greca a Trieste e i piccoli camposanti rurali e costieri della penisola istriana.

Si apre in tal modo una dimensione nuova di lettura ed interpretazione del territorio e delle influenze artistiche nel bacino dell'Alto Adriatico, non solo dal punto di vista transfrontaliero ma reinterpretato anche attraverso la lente delle diverse comunità religiose presenti a Trieste lungo il corso dell'Ottocento, secolo esplosivo tanto dal punto emporiale e demografico, quanto da quello artistico e culturale.

Nel campo della statuaria funebre gli artisti che si resero protagonisti degli interventi erano sostanzialmente i medesimi che ricevevano le commissioni dalla ricca, potente ed esigente borghesia triestina, ripercorrendo tematiche, scelte e, a volte, riproponendo addirittura gli stessi soggetti con variazioni minime, come nel caso della tomba della famiglia Ivancich, realizzata dal triestino Gianni Marin nel cimitero di San Martino a Lussinpiccolo e della quasi coeva tomba Cobau portata a compimento dallo stesso autore nella necropoli triestina di Sant'Anna oppure della tomba Corradini nel cimitero di Capodistria, pedissequa replica della tomba Innocente nel cimitero cattolico triestino.

L'autore è Luca Bellocchi, laureatosi nel 2001 in lettere moderne con indirizzo storico - artistico presso l'Università degli Studi di Trieste proprio con una tesi sulla statuaria funebre locale, corso di studi cui si è sommata poi, nel 2006, una seconda laurea in storia moderna.

Il volume è stato pubblicato grazie all'appoggio e al sostegno della Comunità Religiosa serbo ortodossa di Trieste e dell'I.R.C.I, e si colloca a buon titolo nell'attività di tutela delle tombe della comunità italiana tra Istria e Dalmazia cui si sta dedicando da anni l'Istituto regionale per la cultura istriana fiumana e dalmata.

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"Manlio Malabotta, immagini e parole" - Museo di via Torino, 14 gennaio-2 marzo

Amici! 

Vi segnaliamo che domani, martedì 14 gennaio, ore 18, inaugureremo la mostra "Manlio Malabotta, immagini e parole". La mostra rimarrà aperta fino al 2 marzo 2014: orari, lun-sab 10-12:30; dom 10-13. 

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Tutte le fotografie esposte in questa mostra hanno almeno 75 anni di età ed è sorprendente che l’insulto del tempo e la sottile, sotterranea azione degli agenti chimici necessari al loro sviluppo, non abbia intaccato i sali d’argento della loro emulsione. Il restauro digitale effettuato su ogni file uscito dallo scanner, ha così potuto riportare tutte le immagini all’antico splendore, restituendo allo stupore degli occhi di chi le guarda, la struttura della composizione, la scala dei grigi e ogni dettaglio inserito dall’autore nell’inquadratura. Manlio Malabotta ha realizzato tutte queste foto con una “Leica”, un apparecchio di piccolo formato, agile, poco pesante, da usarsi a mano libera. Lui era un amateur, un fotografo che realizzava immagini per passione, scrivendo con la luce sulla pellicola quanto colpiva la sua immaginazione, la sua cultura, la sua sensibilità. Poteva raccontare liberamente, creare le immagini a proprio piacimento perché era svincolato dalla committenza, dal risultato finale dettato da un cliente. In sintesi, era libero. Al contrario i fotografi professionisti negli anni Trenta erano obbligati e affezionati alle pesanti e statiche fotocamere a lastre, fissate a un cavalletto ben piantato nel terreno. In più dovevano rispondere al cliente che si era rivolto al loro studio e che avrebbe pagato le stampe ricavate dai negativi. Era quasi impensabile che questi fotografi usassero un apparecchio di piccolo formato come la “Leica”, apparso sul mercato italiano nei tardi anni Venti. Pochi avevano capito le sue grandi possibilità espressive collegate all’uso a mano, alla scelta dell’inquadratura non vincolata al cavalletto, alla grande autonomia diretta conseguenza dell’uso della pellicola cinematografica. Trentasei immagini erano contenute in ciascun rullino e potevano essere scattate quasi a raffica, senza dover togliere necessariamente l’occhio dal mirino.

Manlio Malabotta ha capito queste potenzialità del nuovo apparecchio e le ha usate sapientemente, sfruttando anche l’intercambiabilità degli obbiettivi. Assieme ai quaranta rullini sono emerse anche due ottiche costruite a Wetzlar dallo stabilimento della Leitz. Risalgono anch’esse agli anni Trenta: lo  si deduce dai numeri di serie incisi nel metallo delle montature. Questi due obiettivi, un grandangolo e un medio teleobiettivo, dimostrano l’attenzione, la cura, l’ansia di realizzare l’inquadratura “giusta” e pensata che contrassegnava la creatività narrativa dell’autore. Anche in questo Manlio Malabotta è stato un precursore. Alla “Leica” e alla precisione meccanica e ottica di questo apparecchio il notaio sarebbe stato fedele in tutta la sua attività di fotografo. Va aggiunto che tutte le fotografie esposte in questa mostra “nascono” da negativi d che hanno una dimensione di soli 24 per 36 millimetri. Nell’emulsione di questi “francobolli” è racchiuso un universo rimasto nascosto per 75 anni. Non esiste infatti, o meglio, non è emersa alcuna stampa su carta ricavata da questi 40 rullini. Molto probabilmente sono state spazzate via assieme ai libri biblioteca del notaio, dalla guerra che ha sconvolto l’Istria a partire dal settembre 1943. Restano invece le due immagini di Visinada stampate nel settembre 1937 sulle pagine di “Omnibus”. Due immagini di cui non si conosceva l’autore fino a pochi giorni fa, un mistero che questa mostra ha svelato.

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Malabotta negli anni in cui visse a Montona intensificò la sua conoscenza storica dell’Istria, con l’acquisto di libri che ne raccontassero le antiche vicende. Raccolse oggetti e reperti vari guidato dall’occhio esperto del critico d’arte e dal suo interesse verso tutte le espressioni di arte materiale legate al popolo istriano e alla sua storia. Dalle sue escursioni nei paesi, nelle chiesette, nelle botteghe, nella case ospitali gli capitava di tornare con cose preziose. In una vecchia cucina a Caroiba aveva trovato una madonnina lignea del Duecento che entrò a far parte della sua collezione così come una serie di immagini devozionali dipinte su vetro. Si è voluto accennare al contesto originario dove Manlio Malabotta trovò la madonnina, una semplice cucina istriana, con un mobile proveniente dal Magazzino 18 e ponendola a dialogare con una deposizione appartenente all’IRCI. La madonna, la deposizione, i vetri votivi e il vecchio mobile di una delle tante famiglie che dovettero abbandonare l’Istria vogliono rappresentare quel “mondo perduto” per Malabotta ricco di spirito religioso, di arte, di cultura, di umanità.  

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BIO. Manlio Malalabotta nasce a Trieste il 24 di gennaio del 1907. La madre Mileva Milinovich è di Castenuovo nelle Bocche di Cattaro, il padre Nicolò Malabotich, capitano marittimo, è di Lussinpiccolo. Compie gli studi a Trieste dove prende il diploma di maturità nel 1925 nel ginnasio liceo Dante Alighieri, per poi iscriversi alla facoltà di legge dell’Università di Padova. Si laurea nel 1929. Fin dai banchi del Ginnasio Malabotta sviluppò l’interesse per l’arte in tutte le sue manifestazioni, dalla pittura, all’architettura, alla fotografia, che lo porteranno ad esercitare un ruolo attivo e incisivo nell’ambiente artistico e culturale cittadino. Nel 1929 è critico d’arte sulle pagine del Il popolo di Trieste, partecipa alla realizzazione di mostre d’arte entrando in rapporto con artisti nei quali si riflettevano i movimenti di avanguardia dell’epoca, dedica ai pittori Vittorio Bolaffio e Carmelich due importanti saggi. Conosce a Roma Mino Maccari e Leo Longanesi con il quale intrattenne un lungo rapporto professionale e di amicizia: pubblicherà sulle riviste longanesiane L’Italiano, il Selvaggio, Omnibus e il Libraio articoli e fotografie.

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Nel 1932 suoi articoli e fotografie compaiono su Casabella; nello stesso anno è notaio a Comeno nel Carso goriziano e poi nel ‘35 a Montona dove diventa Podestà, carica dalla quale verrà allontanato per “tiepido spirito fascista”. Sospettato di collaborare con i partigiani sloveni e coinvolto in una missione di intelligence alleata deve scappare da Montona abbandonando nell’abitazione sita nel palazzo Polesini la biblioteca costituita da libri di pregio sulla storia dell’Istria e della Dalmazia e una collezione di reperti legati alla vita artistica e culturale dell’Istria. Unitosi alla brigata Garibaldi e poi entrato nei ranghi della “Foschiatti”, partecipa nel 1945 alla liberazione di Trieste. Fonda Savio lo dichiarerà benemerito dell’italianità della regione per il valido contributo dato alla resistenza e alla lotta per la Venezia Giulia negli anni 1943-45. Nel 1945 e 1946 come giornalista scrive su Trieste trasmette. Rassegna della radio, delle arti degli spettacolo e dello sport accanto a firme importanti della cultura triestina come Umbro Apollonio, Giorgio Vidusso, Lucio Vardabasso e Anita Pittoni.

Dopo un breve soggiorno a Roma, dove riallaccia i rapporti con Longanesi, Mino Maccari, Livio Bartolini, e soprattutto con Bobi Bazlen, raggiunge la sede notarile di Montebelluna. Sono anni difficili sul piano personale e professionale che Malabotta affrontà e supera con la sua consuetà energia. Nel 1947 pubblica una raccolta di poesie in dialetto triestino intitolata Diese poesie de novembre e un libro di prose TeorieLa conoscenza con Comisso e altri intellettuali del Veneto fanno riemergere in Malabotta la passione per l’arte e per l’opera di Filippo de Pisis. Nasce la sua importante collezione nella quale oltre ai molti e importanti quadri di de Pisis si trovano artisti come Nathan, Bolaffio, Carmelich, Morandi, Martini. La poesia e la scrittura passeranno in secondo piano, anche se Malabotta non smetterà mai di scrivere nei momenti liberi dall’attività notarile appuntando idee, versi, racconti su foglietti di ogni tipo.

Nel 1968, grazie all’amico Gino Pincherle, conosce l’editore svizzero Vanni Scheiwiller con cui sviluppa un sodalizio fatto di interessi reciprochi che si protrarrà nel tempo. Nella elegante edizione All’insegna del pesce d’oro escono raccolte di poesie per le quali la città gli dedicherà attenzione e apprezzamento. Libero dall’attività professionale intensifica i suoi rapporti mai interrotti con Trieste e suoi amici più cari fra cui Stelio Crise, Livio Corsi e Marcello Mascherini e con il mondo culturale istriano. Sue poesie escono su Pagine istriane e sulla BattanaTornato a Trieste definitivamene alla fine del 1974, nella casa progettata da Romano Boico sul colle di San Vito, Malabotta aveva la mente piena di progetti, fra cui quella di curare con Scheiwiller una collana dedicata alla cultura e all’arte istriana, intitolata “Costa orientale” dedicando il primo volume al poeta che egli più amava, Ligio Zanini. Su un foglio datato 20 aprile 1975 annotava “De magio a Verteneglio. Appunti per la storia sociale ed economica di Verteneglio”. Ma non ne ebbe il tempo. Manlio Malabotta moriva il 1 di agosto del 1975.

 

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