Sul Museo

All'epoca dell'inaugurazione del Museo, il Presidente, il Vice-Presidente e il Segretario allora in carica, Chiara Vigini, Maria Masau Dan, Raoul Pupo, hanno rilasciato le seguenti dichiarazioni:

 

Chiara Vigini

“L'idea del museo è stata a lungo accarezzata dalle associazioni degli esuli, dapprima semplicemente come luogo in cui poter conservare i ricordi - oggetti, carte... - di chi era andato via dalla propria terra, ma ben presto come luogo in cui dare una sistemazione ideale a una vera e propria "civiltà" che per secoli è stata presente nell'Adriatico orientale, convivendo con altre genti, che spesso ne venivano attratte.
La città di Trieste è stata considerata da subito capitale morale dell'esodo, ma da sempre è stata la grande città a cui guardavano le cittadine e i paesi dell'Istria, per questo era doveroso che la città giuliana dedicasse uno spazio adeguato al suo entroterra naturale. Questo viene inaugurato ora: lo spazio di condivisione della città con il mare istriano e dalmata e con le campagne.
Per gli esuli è anche il riconoscimento, pur dopo diversi decenni, dell'importanza della loro presenza e del loro operare nella prima città che li ha accolti all'uscita tragica dalle loro terre. Infatti gli istriani, i fiumani, i dalmati non sono venuti da estranei, e si sono integrati velocemente nel tessuto cittadino, tanto da partecipare subito molto attivamente alle attività politiche, economiche, culturali e civili di Trieste. E se in passato c'è stata una minima parte che si è posta in maniera critica alla loro accoglienza, è ben ora di riconoscere che la città tutta si è prestata al cambiamento per far posto ai nuovi arrivati, e ne è stata rivitalizzata. E' anche questo il senso dell'introdurre il museo entro il circuito dei civici musei di Trieste.
E adesso è anche il momento opportuno per riconoscere il ruolo che istriani, fiumani e dalmati possono avere nell'Europa di oggi, in cui ogni popolo è chiamato a lavorare e vivere stando pacificamente accanto a popoli dalle lingue diverse: questa è stata per secoli una prerogativa degli istriani, fiumani e dalmati.
Un museo, dunque, che permette di guardare al più ampio passato, con uno sguardo consapevole del futuro.”

Maria Masau Dan

“Tra le istituzioni culturali comunali di Trieste il Civico Museo della civiltà istriana, fiumana e dalmata costituisce una novità da molti punti di vista, anche da quello museografico.

Innanzitutto per il modo in cui ha avuto origine. Un museo nato come frutto dell'iniziativa di una comunità in esilio e delle libere associazioni che la rappresentano è veramente un caso raro, mentre è molto più frequente – qui e altrove – il caso di musei che nascono da atti individuali, lasciti, donazioni o fondazioni (come a Trieste il Museo Revoltella, il Museo Sartorio, il Museo Morpurgo, il Museo teatrale “Schmidl” e il Museo della guerra per la pace “Diego de Henriquez”), o dall'obbligo di conservare le antichità (Castello e Museo archeologico) o ancora da volontà politica (Museo del Risorgimento, Museo della Risiera di San Sabba e Sacrario della Foiba di Basovizza). Si può dire che il Museo della civiltà istriana, fiumana e dalmata sia un museo “nato dal basso”, perfettamente in linea con le tendenze più attuali dell'antropologia museale che considera il museo della storia di una comunità come un processo “di scrittura collettiva” in continua evoluzione, in cui la narrazione ne vivifica costantemente il contenuto.
La particolarità del museo è data, però, anche da ciò che contiene e dal modo in cui questi contenuti vengono proposti al pubblico.
L’incipit della narrazione museale è stato, naturalmente, l'immenso deposito di memorie rappresentato dalle masserizie del Magazzino 18, a cui si sono aggiunti in una fase successiva gli oggetti e i documenti raccolti sistematicamente dagli esuli che avevano a cuore la conservazione dell'identità della loro comunità e che hanno salvato dalla distruzione un notevole patrimonio di strumenti di lavoro, assieme a documenti, opere d'arte, strumenti musicali, capi di abbigliamento, fotografie, stoviglie.
L'esito più scontato sarebbe potuto essere un classico museo etnografico di stampo tradizionale, che, d'altra parte, pur nella sua limitatezza, avrebbe svolto una funzione preziosa in una città che non ha mai previsto un'istituzione di questo tipo, finalizzata a documentare mestieri, usi e costumi popolari.
Ma il patrimonio culturale della componente italiana istriano-fiumano-dalmata è troppo ampio, complesso e articolato – come gli storici hanno dimostrato via via ricostruendo attraverso gli archivi le cause delle vicende che hanno mutato il destino di quei territori - per rientrare in una categoria di musei così definita, ed è anche questo uno dei motivi per cui al problema del museo per tanti anni non si è potuta dare una soluzione. Fortunatamente questo iter, grazie a una serie di circostanze favorevoli e di volontà convergenti, ha avuto negli ultimi tre anni una decisa accelerazione.
Nel 2013 si è avviato, perciò, un percorso di analisi e di elaborazione, condotto dall' IRCI e dai Musei civici di storia ed arte con il concorso di studiosi esperti di varie discipline, che ora è arrivato a conclusione, almeno per quanto riguarda l'allestimento e l'apertura al pubblico. Tuttavia la forma attuale del museo rappresenta solo una prima fase, perché – anche in questo il museo è nuovo – in linea con la museologia attuale, i suoi contenuti, pure nel rispetto della missione originaria, devono avere la possibilità di evolversi e ampliarsi costantemente come un organismo vivente, adeguandosi a nuove scoperte, nuove interpretazioni, necessità di ampliamento di temi, ecc.
Gli “ingredienti” principali di questo museo, infatti, sono gli oggetti (provenienti dal magazzino 18 e dagli altri musei civici, oltre che da collezioni private) a cui si è voluto conferire, anche nella loro combinazione, un senso più ampio inserendo elementi del “patrimonio immateriale”, cioè la la narrazione storica, la letteratura, e la musica; parole e suoni che, assieme alle immagini (fotografie, dipinti, stampe, sculture) aiuteranno il visitatore a percepire e vivere completamente un universo speciale, diverso e allo stesso tempo familiare. Lo spazio è sufficiente per ospitare, nella loro dimensione “fisica”, solo le vicende più significative ma dà la possibilità a chi vorrà approfondire di trovare un ricco apparato di strumenti multimediali, video, archivi digitali, touch screen.
Il progetto di allestimento contiene una deliberata mescolanza di dati oggettivi e di effetti scenici che ha la volontà trasformare la visita in un'esperienza coinvolgente e difficile da dimenticare. L'apice del percorso museale è rappresentato dalla sala della rottura, lo spazio buio in cui ha luogo la tragedia della guerra, e che divide nettamente un “prima”, secoli di convivenza di realtà diverse, e un “dopo” rappresentato dallo strappo improvviso dalle proprie radici e dal dramma dell'esilio. Un “prima” che cerca di rappresentare una realtà ricca di patrimoni e fermenti culturali, senso della natura, tradizioni, saperi, lingue, e un “dopo” che annulla le identità e trasforma il dolore in memoria, personale e condivisa. Il museo vorrebbe contribuire ad arricchire e salvare questa memoria e contemporaneamente dialogare col presente”.

Raoul Pupo

“Alla storia dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia il visitatore del museo potrà accostarsi secondo diverse prospettive. 

La prima è quella di lungo periodo, che richiama l'attenzione sulle strutture quali il rapporto uomo - ambiente, le dinamiche fra costa ed entroterra e fra città e campagna, nonché sui fenomeni come le tendenze demografiche e le ondate di popolamento e spopolamento. Tutto ciò verrà illustrato nei video introduttivi.
La seconda è quella dei momenti di svolta, dall'epoca dei dinosauri fino a ieri, che scandiranno la Linea del tempo che campeggerà nella prima sala. Ad ogni tappa corrisponderà una scheda, corredata da mappe e immagini, che i visitatori potranno consultare su di un touch screen. Sarà un lungo percorso, sul quale ciascuno potrà soffermarsi a proprio piacimento, per orientarsi su di una storia complessa come quella dell'Adriatico orientale, i cui contesti sono cambiati innumerevoli volte.
La terza è quella della memoria. Il compito di evocare i momenti più drammatici della storia recente verrà infatti affidato alle testimonianze rese dalle vittime di quegli eventi: dai bombardamenti alle stragi delle foibe, dalle violenze del dopoguerra all'odissea degli esuli. Le parole dei protagonisti sono sembrate le più adatte ad esprimere, senza retorica e senza censure, le ferite della memoria e al tempo stesso la volontà di non smarrire un'identità personale e comunitaria fortemente radicata.”

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