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Esodo

Le masserizie degli esuli istriani, fiumani e dalmati dormono sogni inquieti da oltre cinquant’anni nel Porto Vecchio di Trieste. La meravigliosa struttura di questo luogo, lo scenario irreale che si presenta agli occhi del visitatore improvviso, l’altrettanto sorprendente dubbio di pelle che incalza il consuento agente dei luoghi, solo se minima gli appartiene, sensibilità, non fanno giusta corona alle tonnellate di mobilio, suppellettili, attrezzi di lavoro e “masserizie” di ogni tipo (bare comprese) che gente povera, a forza di braccia, ebbe a portar con sé nei momenti dell’obbligato abbandono di case e terreni nei luoghi nativi della Venezia Giulia, dell’Istria, del Fiumano, della Dalmazia. La sorte di quelle genti era segnata con lo scadere della guerra. L’ultima mondiale. Chi nacque nel 1945 (già nel 1943 per la Dalmazia), nacque esule, visse da esule. E sopravvive da esule, se non è morto nel frattempo.
Di quella gente sopravvive lo spirito, il ricordo, spesso celato da silenzi timorosi, una scarsa trasmissione ai figli di quanto si ebbe a passare nei lunghi anni fra la fine dei ’40, il ’50 e il ’60, una ritrosia di istrianità, rare punte di orgoglio, un sentirsi ed essere comunque italiani, una consueta incomprensione del perché bisognò andarsene e … 2000 metri cubi di “masserizie” che, dopo pirandelliani trascorsi, oggi si trovano al Magazzino 18 del Punto Franco Vecchio di Trieste. Sì: proprio ancora nel Porto Vecchio, sito senza pace ma luogo dell’Expo 2008, luogo di prevista riqualificazione totale. Una riqualificazione dalle mille progettualità, contrasti e appetiti, e dai mille discorsi: nessuno dei quali ha mai tenuto conto delle “masserizie” degli esuli istriani.
Le avessero gli ebrei, ci avrebbero già fatto 10 mila musei. Ma gli ebrei sono bravi: hanno transatlantici di morti da mettere sul piatto della bilancia, una persecuzione mondiale (e ancestrale), danaro e tanta, tanta memoria che non si può e non si deve smarrire.

La nostra gente ha un esodo quasi totale però per un numero relativo basso, morti indefiniti, persecuzioni taciute, un simbolo (le “foibe”) talvolta, e oggi di più, anche negato, una vicenda che è appartenuta politicamente alla destra - anche se ha pagato poco poiché gli istriani votavano in massa DC, visto che avevano paura che i comunisti andassero al governo - e che nel tempo è stata mirabilmente manipolata, bypassata e infine vergognosamente “osimata” dai governi delle democrazie della prima repubblica. La nostra gente non ha vissuto alcun do ut des, è contraddistinta da scarsa memoria e difficoltà e reticenza nel ricordo, timori pecorai e sconfitte senza guerriglia sul territorio, prima, senza dibattito né dialettica politica, poi. Poco danaro. Sopravvive ancora non sulla rivendicazione di parte, di “razza”, quasi, o perlomeno di popolo, ma sulle concessioni dei revisionismi della Sinistra, sorretti dalle debolezze di storici allineati (altrove) e dalle ignominie di “commissioni di storici italiani e sloveni”, attivate a “concordare” interpretazioni storiche comuni(?). Perché in nome dell’Europa integrata la storia si può anche concordare. E poi insegnare, a scuola. Avessero i nostri storici guardato qualcuno dei manuali di storia adottati nelle scuole slovene, forse si sarebbero resi conto di qualche differenza con i nostri.
Ma l’episodio istriano, l’esodo, rimane tale: episodio, atto ad essere rimosso. Tanta straordinaria combattività da una parte per non perdere neanche il minimo particolare di un epopea statuale, che si è retta solo per 40 anni sulle alchimie di un uomo, quanto abbandono dei fatti nella totale assenza di menzione dall’altra.

Cosa rimane: quasi nulla, morte le ultime generazioni dell’esodo sulla pelle, resteranno solo 2000 metri cubi di masserizie. Una massa di materiali, la perfetta fotografia del quotidiano di una società che si interrompe di colpo. Di colpo lungo: una società trascinata via dall’onda lunga, dilavante e ripetuta di un Vajont ante litteram. Pochi superstiti, spaesati (mai termine potrà essere più “morbidamente” esatto) e condotti altrove. Altrove di corpo e di mente. Vite immense e piccolissime con ferite enormi. Anche per chi pensò di salvarsi e rimase.

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