La caccia nella Venezia Giulia fra '800 e '900

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 Potrebbe apparire inconsueto, probabilmente anche stupire, solo il considerare che si vada a ragionare su di un tema così anomalo e, per certi versi, se approcciato in modo qualunquista, fuori moda come quello della caccia. Eppure lo studio delle vicende venatorie nei territori della Venezia Giulia consente di gettare un po’ di luce non solo su una dimensione uomo-natura sconosciuta ai più ma anche, quando lo sguardo ha una profondità storica, porre le basi per una ricostruzione e, quindi, una conoscenza di uno di quei segmenti del passato su cui raramente si è indagato. O meglio: studi e ragionamenti non sono mancati da parte degli addetti ai lavori, soprattutto per quel che concerne situazioni tecniche, approfondimenti scientifici, e ben lo ricorda Perco nel gustoso testo di introduzione al presente catalogo, ma non si può dimenticare che, di fatto, l’ultima mostra di rilievo dedicata al tema nelle nostre terre risale al lontano 1933, nell’ambito di un “Giugno triestino”, straordinaria manifestazione, questa, che ebbe a ripetersi, purtroppo, solo per una manciata d’anni e che oggi solamente un evento come la “Barcolana” può, per il gran coinvolgimento del territorio e della gente, almeno parzialmente ricordare.

Ebbene quella “Mostra della Caccia della Venezia Giulia – Trieste giugno 1933”, mirabilmente gestita dal Presidente giuliano, il comm. Spartaco Muratti, avrebbe trovato la collaborazione di tutte i club venatori della nostra Regione con non ultima l’Associazione Provinciale Cacciatori dell’Istria e i suoi vari fiduciari delle sezioni di Capodistria, Pirano, Parenzo, Montona, Lussinpiccolo … via via sino a quella di Fiume. Di questo episodio si è conservata una superba testimonianza: un album fotografico che è anche un albo d’onore, con le firme dei notabili del momento (in testa il Prefetto di Trieste Carlo Tiengo) e con una sequenza di immagini fotografiche di rara suggestione che, oltre ad illustrare i diversi angoli della mostra, propone gli scorci dell’area denominata proprio del Cacciatore, alla periferia di Trieste, con il parco della villa del Barone Revoltella e, al suo interno, quel fiabesco villino da caccia, allora superbamente conservato, sede espositiva d’eccellenza.

E se buon contesto per il nostro studio è la concomitante 67.a Assembla dell’AGJSO (Comunità di lavoro delle associazioni venatorie della zona alpina sud orientale) che, coinvolgendo austriaci, sloveni e italiani delle alpi sud orientali, si tiene quest’anno a Trieste, di quanto detto poco sopra e di altre testimonianze d’archivio, siamo grati alla Sezione provinciale di Trieste – Venezia Giulia della Federazione italiana della Caccia che, aldilà delle traversie del tempo, è riuscita non solo a conservarle ma anche, ed è ciò che conta in questa sede, metterle a disposizione del nostro Istituto per lo studio, la scelta dei documenti e l’esposizione degli stessi. Solo in questo modo si è riusciti a prendere atto dell’intenso movimento che nel secolo passato si è sviluppato nella regione istriana relativamente all’attività venatoria, della capillare, molto ben codificata ed efficace organizzazione delle diverse sezioni operative sul territorio. Così è che scopriamo nomi ampiamente noti di personaggi illustri istriani, ma per tutt’altre ragioni, che trovano il loro collocamento anche in questa dimensione e ne aumentano, se ce ne fosse bisogno, la caratura. “Eravamo molto più avanti”, ricorda ancora Perco nel suo scritto. Sicuramente è vero.

Pesa indubbiamente in ogni ragionamento quel retroterra asburgico, dovremmo dire mitteleuropeo, che ha categorizzato organizzativamente gli albori della caccia moderna nelle terre giulie e non è un caso che questa nostra mostra (e il catalogo), segnando tre momenti significativi di impatto nell’immaginario collettivo della gente comune, non possa che partire da quella I.a Esposizione di Caccia di Vienna (Erste Jagd-Austellung Wien) del 1910 che si presentò al pubblico in maniera straordinaria e straordinariamente grande negli spazi, elevata nella qualità artistica e architettonica, consone di fatto ai modi (quasi) delle esposizioni universali di fine ‘800.

Il secondo episodio è più specificamente locale legandosi alla città di Gorizia e alla “Esposizione di Caccia” del 1925: comunque anche questa una grande mostra con il segno del pittore futurista dalmata Tullio Crali a connotarne il marchio. Il terzo momento, già ricordato, è quello della mostra triestina del 1933.

È questo il modo (e il fine) di azione che compete all’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata, visto che siamo nati e ci siamo sviluppati con l’obiettivo di recupero, conservazione e studio di ogni tratto culturale della Venezia Giulia, dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, terre di origine delle nostre genti che il tempo più violento e tragico della nostra ultima storia ha disperso in tutto il mondo.

Il Presidente

 

Inaugurata giovedì 24 ottobre, la mostra sulla storia della caccia nella Venezia Giulia rimarrà visitabile fino al 24 novembre ad ingresso libero.

Orario: da lunedì a venerdì 10.00/12.30 e 16.00/18.30

             sabato e domenica 10.00/17.00

 

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ISTRIA, FIUME, DALMAZIA mare&terra "SEGNI D'IMPRESA fra '800 e '900"

Inaugurazione venerdì 2 agosto 2019 ore 17.30 presso il Civico Museo della civiltà istriana, fiumana, dalmata di via Torino, 8 a Trieste.

Ingresso libero 

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Come di consueto, si è cercato di proporre al pubblico una mostra particolare che rispondesse all’esigenza di essere sfiziosa e accattivante e, nello stesso tempo, una mostra che parli del nostro mare della Venezia Giulia in unione con la terra elementi quasi in simbiosi con un medesimo comune denominatore: il SEGNO d’IMPRESA. L’esposizione è interamente dedicata all’impresa istriana, fiumana, dalmata grande protagonista di quel lusinghiero sviluppo industriale, in particolare degli anni ’30 che ha contribuito anche all’aumento della manodopera grazie alle numerose aziende appartenenti a diverse categorie fra il tessile, l’agro-alimentare, l’estrattiva, l’edilizia, la chimica, i trasporti e che rappresenta, in sostanza, il come e il quanto eravamo. É la grande imprenditorialità che porta lo sviluppo e il progresso sul territorio ed è capace di costruire, anche aldilà di quel centro fondamentale che è stato Trieste, porto dell’Impero. Troviamo così la lunga storia di interscambi legata al nome dei Cosulich, lussignani, e alle loro imprese fra mare (prima Austro Americana, poi Cosulich Linee di navigazione) e cielo (Società Italiana Servizi Aerei), o la Modiano che, dopo il successo a Trieste, apre anche a Fiume uno stabilimento per la produzione di carte da gioco (esponiamo un bel foglio d’inizio secolo di tarocchi ungheresi stampati nella città liburnica) e di cartine per sigarette. Ma vi sono anche nomi che non si scordano come: Arrigoni, l’azienda di confetture, uno dei veri trait d’union fra mare e terra, nella lavorazione e l’inscatolamento del pesce come nel trattamento delle carni e delle verdure per gli estratti per brodi e pietanze varie con la sua sede centrale, amministrativa a Trieste, ma fabbriche ad Isola d’Istria, Cesena, Pola, Lussinpiccolo, Fasana, Grado, Umago, Comisa in Dalmazia … E quante ancora aziende che lavoravano il pesce: dalla Torrigiani di Isola d’Istria all’Ampelea, con sede anche a Rovigno, sino a quegli stabilimenti  raccolti poi sotto il nome di Fabbriche Italiane Conserve Alimentari dell’Adriatico. Restando nell’ambito alimentare ricordiamo le dolcezze dei biscotti rovignesi della Calò, l’allegra famiglia di elefanti dell’omonima fabbrica di cioccolato di Fiume, i maraschini di Dalmazia fra Vlahov, Drioli, Luxardo e i vini di alta qualità che seppe produrre Parenzo con il suo esemplare Istituto Agrario, o lo spumante rosa delle Distillerie Apollonio di Orsera o ancora l’amaro Petrali di Rovigno, il vero e unico “Amaro Istria”. Ma vanno ricordate anche molte altre imprese come la Società mineraria “Arsa”, per il carbone, alle Raffinerie di Fiume, per l’Italol (poi Italoil) per Agip e Romsa, alla Fabbrica di Saponi (anzi: la dicitura aziendale riportava “Fabbrica Soda Cristallizzata”) Salvetti di Pirano o quella di Acidi Carbonico Cuzzi in Pola.

L’esposizione, curata da Piero Delbello non è solo dedicata alla cartellonistica pubblicitaria nella sua espressione di moderna comunicazione ma recupera, grazie alla creatività degli artisti dell’epoca, che hanno tramandato la memoria degli oggetti e delle attività reclamizzate, oggetti, documenti, stampe, disegni e fotografie che testimoniano il vissuto delle terre istriane, fiumane, dalmate.

La mostra, al piano terra del museo istriano, in via Torino 8, rimarrà aperta fino al 13 ottobre 2019

Orario:

da lunedì a venerdì: 10.00-12.30 / 16.00-18.30

sabato: 10.00 / 17.00

domenica: 10.00 / 17.00

 

 

 

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Wostry fra sacro e profano 1865 - 1943

Wostry fra sacro e profano 1865 - 1943

La mostra è stata inaugurata venerdì 24 maggio e proseguirà fino al 14 luglio presso il piano terra del Civico Museo della civiltà istriana fiumana dalmata di via Torino, 8 a Trieste.

Ingresso libero

 

Senza titolo

 

Anima tempestosa, anzi procellosa! Concepire molte opere di varia natura ad un tempo, porle in esecuzione senza dilazione, imperversare contro gli amici, eppur ricercarne affettuosamente la compagnia, bastare a se stesso. Ecco la vita di Carlo Wostry, artista versatile, che può vantarsi d’aver fatto di tutto, di aver toccato ogni tasto dell’arte, conservandosi sempre inalterato: un misto di tristezza e di sarcasmo illuminato a tratti da lampi di buon umore; molta energia e molta intraprendenza che non conoscono ostacoli”. Così Arduino Berlam ebbe a descrivere il nostro artista in un breve ma intenso saggio dedicato a Wostry e comparso su “La Panarie” nel lontano 1933. E in queste poche righe citate sta il sunto dell’uomo e dell’artista.

Una mostra da visitare per i tanti piccoli tasselli, molti poco noti se non addirittura inediti, che vanno a costruire il mosaico della vita e l'opera di Carlo Wostry.

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