Home Storia e tradizioni 10 anni per un documento Il commento de "Il Piccolo"

Il commento de "Il Piccolo"

Tutti i punti di affinità e quelli su cui ci sono ancora divergenze nel lavoro presentato dalla commissione mista di storici ed esperti

CONCORDI SUI FATTI, DIVISI SULLE RESPONSABILITA'
Gli sloveni considerano l'Italia sempre "nemica", gli italiani fanno un distinguo sul fascismo

Nel corso degli anni Novanta sia la storiografia italiana che quella slovena hanno compiuto un salto di qualità nello studio della storia di confine, grazie anche ai documenti che si sono resi disponibili negli archivi ex jugoslavi. I punti di partenza erano molto diversi, perché la storiografia italiana aveva fatto da tempo i conti con il passato fascista, mentre la storiografia di regime jugoslava era rimasta a lungo ingessata in una visione ufficiale della Jugoslavia di Tito. Nel nuovo clima post-jugoslavo e post-comunista perciò, molte posizioni si sono avvicinate, ma su di alcuni nodi chiave della storia del Novecento rimangono comunque alcune differenze fondamentali di impostazione, che risultano con una certa chiarezza dalle opere pubblicate nell’ultimo decennio. Per la parte italiana, vengono presi in considerazione gli scritti di Elio Apih, Marina Cattaruzza, Raoul Pupo, Fulvio Salimbeni, Roberto Spazzali e Anna Vinci; per la parte slovena quelli di Milica Kacin, Boris Mlakar, Natasa Nemec, Joze Pirjevec e Nevenka Troha.

La grande guerra
Per gli studiosi sloveni la guerra combattuta dall’Italia contro l’Austria ebbe un carattere fondamentalmente imperialista, perché diretta ad ingrandimenti territoriali al di là dei confini «etnici» (secondo la concezione del nazionalismo etnico, prevalente nella cultura politica dei popoli slavi, la città appartiene alla campagna circostante, al contrario di quanto avviene nella cultura politica italiana).

Per gli studiosi italiani la prima guerra mondiale presenta una duplice natura, quella di ultima guerra del Risorgimento, diretta a completare l’unificazione nazionale e di sfida alla capacità italiana di mostrarsi una grande potenza attraverso la partecipazione ad un conflitto epocale.

Il primo dopoguerra
Per gli studiosi sloveni non vi fu alcuna soluzione di continuità fra lo Stato liberale italiano, che per mano delle autorità militari di occupazione represse nella Venezia Giulia il movimento nazionale sloveno chiudendo scuole ed espellendo intellettuali e il successivo regime fascista, che inserì tali provvedimenti nell’ambito di una politica organica di snazionalizzazione.
Per gli studiosi italiani impreparazione e contraddizione appaiono invece gli aspetti caratterizzanti l’amministrazione italiana nel dopoguerra. Secondo tale impostazione, bisogna distinguere tra Stato liberale e Stato fascista e, nei primi anni del dopoguerra, fra Governo di Roma e autorità locali. Fino al 1922 il governo scelse la linea dell’inserimento «morbido» delle nuove province nel Regno, prevedendo il mantenimento dell’autonomia amministrativa e la tutela delle minoranze; in sede locale invece le autorità, specie militari, influenzate dagli ambienti nazionalisti, svolsero spesso una politica apertamente anti-slava. Dopo il 1922 ogni progetto autonomista fu abbandonato e lo Stato si fece carico di un progetto che le fonti fasciste del tempo chiamarono la «bonifica dei Carsi».

Il fascismo
Non vi sono grandi differenze nell'interpretazione della politica del fascismo verso gli slavi. È stata la storiografia italiana, e in particolare Elio Apih, molti anni fa, a coniare le due definizioni chiave per la comprensione del periodo: quella di «fascismo di frontiera» (che all’antisocialismo univa l’antislavismo e la proposta di una politica estera imperialista verso i Balcani) e quella di «genocidio culturale», per intendere il progetto di distruzione dell’identità nazionale slovena e croata.
Qualche differenza vi è nella quantificazione dell’emigrazione slava dalla Venezia Giulia per la quale la storiografia jugoslava ha tradizionalmente usato la cifra simbolica di 100.000 unità, contestata da parte italiana anche sulla scorta di alcuni recentissimi studi sloveni.
Diverge anche la valutazione del ruolo della Chiesa ed in particolare dei vescovi italiani di Trieste e Gorizia. Gli studiosi sloveni tendono a vedere nel divieto dell’uso della lingua nella liturgia e nell’insegnamento religioso un appiattimento degli ordinari diocesani sulla politica del regime. Gli studiosi italiani invece sottolineano la diversa concezione del ruolo del clero – solo religioso, ovvero anche di punto di riferimento nazionale – diffusa rispettivamente nelle comunità italiane e in quelle slave, e inseriscono inoltre la linea dei vescovi nell’ambito delle
direttive emanate dal Vaticano per tutte le realtà europee in cui la presenza di diversi gruppi nazionali offriva alle autorità dello Stato il pretesto per cercare di imporre il loro controllo in materia ecclesiastica.

L’occupazione italiana della Jugoslavia

Anche su questo tema, le differenze sembrano al momento piuttosto limitate. Storici italiani e sloveni hanno studiato assieme le politiche di occupazione nella provincia di Lubiana, compresa la deportazione di alcune aliquote di popolazione civile nei campi di concentramento italiani, quali Arbe, Gonars, Renicci. Da tutte le ricerche sull’argomento emergono l’iniziale moderazione dell’occupazione italiana rispetto a quella tedesca seguita però, dopo l’esplodere della guerriglia partigiana, da cicli repressivi di estrema durezza. Nel corso degli ultimi anni studiosi di entrambe le parti hanno infine gettato nuova luce sul fenomeno del collaborazionismo sloveno, che è risultato di dimensioni assai maggiori di quanto finora creduto.

La Resistenza
Gli studi condotti da entrambe le parti soprattutto nel corso dell’ultimo decennio hanno messo in luce alcuni punti di fondo: la diversità del modello resistenziale italiano (politicamente pluralista) da quello jugoslavo (a guida comunista); la saldatura esistente, all’interno della Resistenza slovena e croata, fra accoglimento delle tradizionali rivendicazioni nazionali dei due popoli e obiettivi rivoluzionari; la conseguente volontà di controllare gli sviluppi della Resistenza italiana nei territori rivendicati dalla Jugoslavia; la capacità di «cattura ideologica» dei comunisti jugoslavi nei confronti di quelli italiani, a livello locale ma con riflessi anche sulla politica di Togliatti. La storiografia slovena ripete ancora talvolta l’accusa mossa al Cln giuliano di aver rivendicato il confine di Rapallo, mentre gli storici italiani accusano di doppiezza e volontà di egemonia il comportamento del Fronte di liberazione sloveno. La tradizionale polemica sulla liberazione o occupazione di Trieste nella primavera del 1945 sembra svuotata dalla constatazione, più volte ripetuta da autori italiani e sloveni negli ultimi anni, che le diverse componenti nazionali della società giuliana attendevano ciascuna i propri liberatori, che corrispondevano agli avversari dell’altra parte.

Le foibe
In genere, i più recenti studi sloveni addebitano l’ondata di violenze della primavera del 1945 a due fattori: il principale, la «resa dei conti» per le colpe del fascismo, al quale andrebbe in ultima analisi addebitata la responsabilità dello scatenamento di violenza del 1945; l’altro, la volontà del nuovo regime comunista di eliminare tutti i suoi avversari, similmente a quanto avvenuto nel resto della Jugoslavia. Quanto alle cifre delle vittime, ne girano molte (perché i calcoli sono assai difficili), ma le stime slovene parlano di circa 2000 morti, compresi parecchi sloveni, soprattutto nella valle dell’Isonzo. Va segnalato che, a seguito delle diverse concezioni della nazione, numerose vittime considerate di solito italiane, perché tale era il loro orientamento politico, vengono invece da parte slovena considerate slave, perché tale era la loro origine.
Gli storici italiani, secondo un suggerimento avanzato da Elio Apih fin dal 1988, distinguono invece lo «scenario del furore popolare», cioè della vendetta per i crimini fascisti, dalla «sostanza politica del dramma», cioè dal disegno di «epurazione preventiva» della società giuliana dagli oppositori del progetto politico del movimento partigiano di Tito. All’interno di tale progetto, gli storici italiani sottolineano la saldatura fra due aspetti diversi: quello ideologico, che spiega l’uccisione anche di molti sloveni anticomunisti, e quello nazionale, che spiega invece l’accanimento contro la popolazione italiana, perché in maggioranza contraria all’annessione alla Jugoslavia. Inoltre, rispetto alle componenti spontanee delle violenze su cui insistono gli studiosi sloveni, quegli italiani sottolineano invece il loro aspetto di «violenza di Stato», frutto della trasformazione di un movimento rivoluzionario in un regime stalinista. Fra gli storici italiani (che non vanno confusi con i rappresentanti di associazioni di congiunti di infoibati o di reduci dalla deportazione), nessuno peraltro, a prescindere dai loro orientamenti politici, ha mai parlato di «pulizia etnica» a proposito delle foibe del 1945, che appaiono come un tipico esempio di violenza politica di massa. Quanto alle cifre, le ricerche italiane mettono in genere in guardia dagli equivoci generati dal termine «infoibati»: ad essere uccisi immediatamente e gettati nelle foibe nella primavera del 1945 fu infatti solo un numero limitato di persone, in prevalenza militari o comunque appartenenti a formazioni armate (le esumazioni furono meno di 500 e anche considerando i corpi non recuperati difficilmente si potrebbe arrivare a 1000 unità), mentre molti di più, nell’ordine di alcune migliaia, furono gli scomparsi nei campi di concentramento jugoslavi.

Il dopoguerra
La questione di Trieste è stata studiata prevalentemente dagli storici italiani, senza particolari contestazioni da parte di quelli sloveni. Questi ultimi piuttosto tendono a sottolineare il sacrificio compiuto dalla Slovenia con la rinunzia a Trieste in nome dell’interesse di Stato jugoslavo e lamentano la persecuzione nazionale cui sarebbero rimasti vittime gli abitanti di origine slava delle valli del Natisone.
Ancora divergenti risultano le valutazioni sull’esodo istriano, nonostante alcuni autori sloveni abbiano negli ultimi anni ammesso le pressioni politiche cui vennero sottoposti gli italiani. In genere però la storiografia slovena ha preferito parlare di un’«emigrazione» dovuta principalmente a difficoltà economiche legate alla costruzione del socialismo in una realtà dove gli italiani detenevano storicamente una posizione di privilegio, nonché all’azione sobillatrice del governo di Roma.
All’opposto, gli storici italiani hanno sempre messo in luce la natura prevalentemente politica dell’esodo, frutto della volontà di imporre con la forza agli italiani l’annessione alla Jugoslavia e l’adesione al regime comunista. Gli studiosi italiani evidenziano inoltre i limiti originari della politica della «fratellanza italo-slava» ufficialmente perseguita fino al 1948 (anno della rottura fra Stalin e Tito, dopo la quale anche i comunisti italiani vennero perseguitati), perché essa si rivolgeva solo a una parte minoritaria della popolazione italiana, quella limitata in pratica ad alcuni settori della classe operaia – disponibile ad accettare l’annessione alla Jugoslavia e a conformarsi alle pretese ideologiche e nazionali del nuovo regime. Quanto all’atteggiamento del governo di Roma, la documentazione presente negli archivi italiani dimostrerebbe il desiderio di De Gasperi di contenere il più possibile l’esodo, per non compromettere eventuali rivendicazioni territoriali. Infine, gli studi più recenti hanno insistito molto sulla crisi di identità subita dagli italiani della zona B a seguito delle trasformazioni imposte dalla dominazione jugoslava, che finirono per rendere gli italiani «stranieri in patria» e a costringerli a esodare, se volevano mantenere la loro fisionomia nazionale. In termini generali, gli storici sloveni tendono a presentare un’immagine compatta dello Stato italiano come nemico degli slavi in ogni sua fase, sfumando molto le differenze tra Stato liberale, regime fascista e Stato democratico, perché ciascuno di essi si oppose comunque alle rivendicazioni nazionali slovene. Soprattutto, instaurano volentieri un legame meccanico di causa/effetto tra le violenze fasciste degli anni Venti e Trenta e gli atti di reazione violenta slovena del secondo dopoguerra. Gli storici italiani invece, riconoscono il peso del passato sul presente, ma equiparano i due nazionalismi che, quando ne ebbero l’occasione, cercarono ciascuno di sopraffare la nazionalità antagonista. Inoltre, da parte italiana si insiste molto sull’inserimento della storia giuliana nel contesto europeo. Così la politica fascista di snazionalizzazione, pur distinguendosi per la sua durezza, andrebbe collocata nell’ambito delle difficoltà incontrate da tutte le minoranze nazionali fra le due guerre. L’esodo invece, farebbe parte dei processi di «semplificazione etnica» che nel corso del Novecento coinvolsero tutti i territori già appartenenti agli imperi plurinazionali centro-europei.

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