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Il documento storico commissione italo-slovena: un punto di partenza con qualche ombra

di Robero Spazzali

La ricerca che verrà dovrà lavorare sulle fonti e sui documenti, a patto che ci sia la volontà politica di renderli pienamente disponibili. Le interpretazioni storiografiche non sono più sufficienti.

La pubblicazione del documento prodotto dalla Commissione storica italo-slovena non ha provocato particolare clamore che qualcuno s'attendeva, dopo il prolungato silenzio da parte dei rispettivi ministeri degli esteri, effettivi committenti dell'opera. Il dibattito si è esaurito nel giro di pochi interventi, comparsi prevalentemente sulla stampa locale - scarso è stato il risalto sulla stampa nazionale - dopo che "Il Piccolo" aveva pubblicato il testo integrale, in seguito ad alcune indiscrezioni comparse su un quotidiano sloveno: indiscrezioni che facevano riferimento ad una versione non definitiva del documento. Sono state mosse delle critiche, senza particolari eccessi, a manifestare una certa insoddisfazione per i risultati conseguiti, ben al di sotto le aspettative. D'altra parte, alcune anticipazioni potevano essere colte nei lavori più recenti di Pupo ed Apih, componenti la Commissione: orientamenti storiografici ed interpretativi non molto lontani dal contributo poi dato in seno ai lavori; d'altra parte, ben difficilmente se ne sarebbero discostati, dal momento che i loro studi hanno contribuito, senza sollevare critiche o clamori, a riposizionare la storiografia italiana sulla questione del confine orientale.
L'incontro Fini -Violante a Trieste, del 14 marzo 1988, è stato di ben minore spessore storico, inutile sul piano geo-politico e perfino politico italiano: d'altra parte nulla doveva produrre e nulla ha prodotto, eppure il clamore, le contestazioni - da destra e da sinistra - non sono mancate. Effettivamente qualcuno temeva un accordo politico, sul piano della riforma costituzionale, che poi non c'è stato. Paradossalmente il documento va bene più a destra che a sinistra, perché toglie alla prima l'onere di doverlo presentare, senza ripudiarlo, dal momento che, nel corso del 1994, governo Berlusconi in carica, la Commissione era insediata e non aveva posto condizioni ai lavori degli storici italiani, o pregiudiziali verso i componenti.
Qui voglio confermare quanto ho avuto occasione di dichiarare a caldo: non vedo il documento come un compromesso, ma una convergenza - che non deve essere intesa come un accomodamento -, un punto di partenza per ricerche che dovranno avvenire, anche sulla base di alcuni vuoti dettati dall'assenza di studi esaustivi. Se da parte italiana è stato prodotto il massimo sforzo, senza nulla imputare agli storici che hanno operato in seno alla Commissione, questo allora coincide con il modesto orizzonte storiografico italiano che finora ha operato in modo contingente, senza abbracciare interi periodi, senza operare, nel caso di una storia di confine, adeguate comparazioni. D'altra parte non si poteva nemmeno attendere dalla parta italiana un'operazione in grado di colmare lacune e censure decennali. Però tenere in considerazione i lavori svolti, anche in condizioni sperimentali, capaci di dire qualcosa di nuovo si doveva fare. Qui non si deve tirare fuori nessuno tra coloro che si sono occupati a fondo della storia giuliana o del confine orientale, ma va impostata completamente la ricerca su nuove basi. Bisogna tornare alla storia fattuale, perché la ricerca delle sole interpretazioni non paga.
Leggendo la relazione, ho l'impressione che il contributo espresso dagli storici italiani avanzi per punti: sento alcune diacronie proprie dell'assenza di ricerche adeguate, della mancata considerazione di altre, mentre nella stesura da parte slovena è più chiaro il disegno unitario, che non si discosta dall'esigenza di riscrivere la storia slovena usando la penna di una rinnovata storiografia, senza per questo cedere da alcuni motivi d'orgoglio nazionale.
Così dalla parte italiana è prevalsa l'esigenza di rispettare la linea interpretativa, mentre in quella slovena i fatti, anche se in tutta la relazione mancano gli attori degli oltre cent'anni presi in esame: non casualmente gli unici nomi eccellenti sono dei vescovi di Gorizia, Sedej e Fogar, quali oggetto delle persecuzioni fasciste. Mancano tutti i protagonisti degli ultimi 120 anni di storia della Venezia Giulia. In trenta pagine di relazione sarebbe stato difficile prendere in esame nel dettaglio gli aspetti più complessi, ma non sappiamo com'è stata decisa la forma da adottare.
Non sono in grado di dire come la Commissione ha operato, ma c'era d'attendersi la richiesta da parte degli studiosi italiani di una raccolta d'informazioni o di dati, di un lavoro di gruppo alle loro spalle. Un'azione congiunta d'esperti avrebbe fornito ulteriori argomentazioni e nuovi elementi. Vado con la mente all'esempio che è fornito dalle conclusioni della Commissione Anselmi, sui beni sottratti agli ebrei in forza delle leggi razziali: in due anni di lavoro, principalmente svolto negli archivi statali e degli istituti di credito, è stato possibile ricostruire nel dettaglio l'entità delle sottrazioni e dei sequestri. Non mi risulta che, altrettanto, sia stato fatto, con la forza del dettaglio amministrativo per i beni sequestrati agli italiani dei territori ceduti alla Jugoslavia. E' chiaro, invece, che ogni elemento di giudizio ed ogni fattore interpretativo deve essere preceduto da un riscontro attento e preciso delle fonti.
Informalmente mi era stato anticipato da un componente della Commissione, fin dal 1993, questo indirizzo, che non è mai stato messo in atto, almeno per quanto mi riguarda. Hanno agito allo stesso modo pure gli storici sloveni, oppure hanno utilizzato al meglio i loro esperti ed i ricercatori in grado di fornire dati utili alla loro causa?
Se andiamo a prendere in esame il profilo della parte italiana della Commissione riconosciamo solo alcuni storici effettivamente preparati nella ricerca d'archivio, in quanto hanno fondato le loro lavori su quel tipo d'esperienza: la presenza di un romanziere, come il defunto Fulvio Tomizza, o di un consigliere di Cassazione, ex politico, come Lucio Toth, risultava affatto conferente con le concrete esigenze di una Commissione chiamata a lavorare sulle carte e non tanto a porre autorevoli sigilli.

Spendibilità del Documento
Voglio ricordare che la Commissione mista di storici nasceva da una mozione presentata da un consigliere comunale Dc di Trieste, Giuseppe Pangher, ed approvata dall'unanimità del Consiglio Comunale il 27 settembre 1990. L'esigenza nasceva dall'onda emotiva provocata dalla "scoperta" a Lubiana di un registro carcerario, comprendente un centinaio di deportati da Trieste e Gorizia, scomparsi tra il dicembre 1945 e il gennaio 1946 dalle carceri dell'Ozna di Lubiana. Il fatto era noto, in quanto la stampa coeva ne aveva parlato al rientro (1947) di altri detenuti e la presenza di tale elenco era stata citata da Ennio Maserati nel suo "L'occupazione jugoslava di Trieste" (1966).

La "scoperta" lubianese non era casuale e va inserita nel tentativo degli storici sloveni di rinverdire i fasti della storia slovena, fuori dalle more di quella jugoslava: erano prove di secessione leggera, coincise rima con l'inaugurazione nel 1988 del museo di Caporetto sulla Grande Guerra (in verità, apologia della guerra slovena sull'Isonzo), poi con il pellegrinaggio del vescovo di Lubiana e del premier Kukan a bosco di Kokevije ad onorare i caduti sloveni per mano degli jugoslavi di Tito. Qualche mese dopo sarebbe arrivato il referendum sulla secessione slovena. Il rinvenimento è del tutto casuale da parte del prof. Tone Ferenc, autore di molti studi sul movimento partigiano jugoslavo, della prima pubblicazione sull'occupazione italiana della Slovenia, nonché teste nel processo per i crimini della Risiera, al quale si deve una puntigliosa ricostruzione del sistema collaborazionistico e poliziesco nel Litorale Adriatico. Ferenc in quel tempo stava cercando altre vittime, quelle per mano jugoslava, ma le vittime cercate erano quelle slovene, invece saltarono fuori anche quelle italiane. La divulgazione della notizia è tesa a creare un'onda emotiva, cosa che si verifica puntualmente avendo negli occhi ancora le immagini dei "massacri" di Timisoara, ed a cercare futura solidarietà per quanto la Slovenia si appresta a fare. Agli occhi dell'opinione pubblica triestina, la Slovenia, dimostrando tanta improvvisa disponibilità sullo scomodo passato comunista, passava al tempo stesso dalla parte delle vittime, potendone annoverare in numero gran lunga superiore a quanto denunciato da parte italiana. Il responsabile è individuato il comunismo jugoslavo, il titoismo, dal quale Lubiana ha già consumato lo strappo. Non dimentichiamo che la pubblicazione di alcune fotografie di deportati e deportazioni jugoslave, avvenute qualche tempo prima per opera dell'Editrice Goriziana, che non si era mossa con intenti speculativi, aveva portato ad una prima onda emotiva, ma l'iniziativa di Pangher, esaudiva un'esigenza locale, già espressa due anni prima da alcune richieste d'istituzione di commissioni parlamentari, dopo la "scoperta" di buste "segrete" negli archivi della Farnesina. Nessun segreto, in verità, perché quelle buste erano da tempo pubbliche, ma nessuno ne aveva fatto richiesta.
Certamente dal documento, la storiografia slovena fa la figura migliore: esce definitivamente dalle pastoie del mito titoista e lascia intendere che il problema delle responsabilità non può essere liquidato come "colpe del regime" o di un sistema di potere.
Rimangono però le divergenze con la storiografia italiana, sull'interpretazione della Grande Guerra, del mito fondativo della lotta di liberazione, sulle cause, dinamiche e conseguenze dell'esodo italiano dall'Istria.

Punti di debolezza
Il documento mantiene una schematizzazione tra il concetto di nazione affermata, gli italiani del Litorale, ed una formazione ed ascesa, gli sloveni. Emerge una storia dal punto di vista delle relazioni tra due nazioni, o meglio la storia di una regione tra due popoli, col pericolo di scivolare nella contingenza di dare soddisfazioni alle aspettative politiche.
Negli ultimi vent'anni dell'800 gli sloveni sono già emancipati e bene inseriti nel sistema asburgico, dal quale attendono qualche cosa in più proprio in Carniola, soprattutto nel campo dell'istruzione (i moti di Celje per il ginnasio sloveno sono indicativi), dove i rapporti con i tedeschi già sono tesi.
C'è un episodio, non secondario nel quadro delle relazioni tra italiani e sloveni a Trieste: gli incidenti del 1867, certamente provocati da garibaldini, ma che si trasformano in un piccolo pogrom contro la comunità ebraica e che porteranno allo scioglimento cautelare della Guardia Nazionale, costituita prevalentemente da elementi sloveni del circondario.
Inoltre non viene definita la posizione degli sloveni sulle sorti da destinare a Trieste e Gorizia, prima e durante la Grande Guerra. Manca un accenno alla svolta portata nelle coscienze degli sloveni le conseguenze della rotta di Caporetto. Sull'Isonzo i combattenti sloveni furono incentivati dalla propaganda austriaca a combattere per difendere il proprio suolo nazionale e la "riconquista" di Gorizia fu salutata dalla stampa liberale lubianese come una consacrazione alle ambizioni nazionali.
Un anello debole è dato poi nella ricostruzione delle vicende successive all'occupazione tedesca ed alla costituzione della Zona d'Operazioni Litorale Adriatico: qui si privilegiano gli aspetti psicologici rispetto la ricostruzione fattuale, senza un necessario approfondimento sulle forme del collaborazionismo e sulle ambiguità. Le condizioni poste a Gorizia dall'occupazione tedesca e dalla lotta partigiana non sono adeguatamente prese in considerazione, eppure nel capoluogo isontino si giocò una partita importante nei rapporti tra sloveni e italiani. Non un accenno al doppio gioco tentato dal prefetto Pace con tedeschi e sloveni, all'offerta dei partigiani sloveni di giungere ad una tregua con i tedeschi (estate '44), al desiderio comune (tedesco e sloveno) di neutralizzare la presenza militare italiana in città.
Anche il capitolo del dopoguerra è affrontato in una condizione d'assenza di studi specifici: si accenna alle violenze, soprattutto verso gli sloveni del goriziano e delle valli del Natisone, per opera di organizzazioni paramilitari italiane, ma non s'indaga sull'esatta consistenza della controparte, che certamente era preparata allo scontro. Mi limito a solo queste osservazioni per richiamare l'attenzione su un rinnovato impegno nella ricerca.

Punti di forza
Il primo aspetto che emerge dal documento e l'arco cronologico, compreso tra il 1880 e il 1956, che indica un secolo lungo, rompendo gli schemi interpretativi più recenti che fanno risalire l'inizio delle condizioni problematiche, nelle relazioni italo-slovene, dalla fine della prima guerra mondiale. Un'interpretazione che ha portato alla facile considerazione che, con il crollo del sistema austro-ungarico e l'arrivo dell'amministrazione italiana, coincide con l'avvio di una lunga fase di disordine e di deterioramento dei rapporti tra i principali gruppi nazionali.
Un altro aspetto emerge dal riconoscimento dell'atteggiamento degli sloveni di fronte al fascismo: l'adesione politica e l'opera di snazionalizzazione portata dall'interno, come percorso d'emancipazione sociale; i rapporti tra le frange terroristiche nazionaliste slave e i servizi segreti jugoslavi e britannici; la consistenza del collaborazionismo sloveno durante l'occupazione italiana della Slovenia; la posizione minoritaria dei comunisti rispetto l'orientamento comune degli sloveni, ma la sua egemonia in seno al Fronte di Liberazione.
C'è una netta ammissione del disegno preordinato sulla Venezia Giulia, messo in atto con gli arresti e le deportazioni: epurazioni preventive, dove pure gli italiani filojugoslavi hanno le loro responsabilità. Si riconosce la spinta impressa dalle autorità jugoslave a ridurre il gruppo egemone italiano nella zona B, prima con un allineamento conforme al disegno del nuovo stato jugoslavo e poi con un repentino processo di snazionalizzazione dell'Istria, per mezzo di diversi strumenti di pressione e terrore.
Per questo va detto che si coglie un quadro storiografico sloveno rinnovato, che si distanzia notevolmente da quello espresso solo qualche anno fa, in merito al mito della "nazione vittima", dagli studi di Pirjevec e Kacin-Bohinc.

Ciò che non si dice.
Sufficientemente espresse le osservazioni sul problema delle fonti - non bisogna dimenticare che i documenti riguardanti i rapporti tra il Pcus ed i comunisti italiani e jugoslavi, sono stati sottoposti a nuovo vincolo da parte dell'autorità russe, e pare che una richiesta in tal senso sia giunta proprio da Roma e Belgrado - il documento deve essere inteso come un punto di partenza per ricerche che dovranno inevitabilmente avviarsi: gli archivi di Belgrado, appunto, sono in grado d'offrire documenti certamente importanti (uno di questi pubblicato recentemente da Sandor Mattuglia sui "Quaderni Giuliani di Storia" - 1/2000) che lumeggiano su aspetti poco noti; lo stesso può essere affermato per gli archivi del Pci, conservati presso l'Istituto Gramsci di Roma, con documenti, a detta di chi li ha potuti vedere, sotto utilizzati o affatto noti.
Quest'ultimo argomento ci porta al nodo cruciale della liquidazione della dirigenza italiana dei comunisti triestini, coincidente con l'egemonia slovena sul Fronte di Liberazione, con l'orientamento filojugoslavo delle formazioni garibaldini e la decapitazione tedesca della resistenza italiana. C'è qualcosa d'emblematico nel citato tentativo d'accordo tra i tedeschi ed i partigiani sloveni, avviato nell'estate del 1944.
Per quanto riguarda l'Istria sotto la pertinenza slovena, il programma d'epurazione dell'elemento fascista avviene per opera di soggetti italiani filojugoslavi; gli esponenti sloveni rimangono del tutto estranei alle decisioni, anzi a Capodistria operano due sezioni del Tribunale del Popolo: una italiana e l'altra slovena, col compito di giudicare separatamente i soggetti che appartengono ai due gruppi nazionali. E' ben vero che la "fratellanza" italo-slovena durò fino al 1948, però lo scollamento dalle posizioni di collaborazione si registrò già nel 1946, quando fallì la nuova campagna d'epurazione fascista, voluta dall'Uais di Trieste: fallì per un'espressa volontà che giungeva dal basso, dalla classe operaia già insofferente alle parole d'ordine dei dirigenti comunisti, desiderosa di lavorare e vivere in pace.
Anche questi aspetti dovevano essere presenti in un documento che aveva la pretesa di riposizionare giudizio e fatti, proiettandosi fino al profondo dopoguerra, fino alla metà degli anni cinquanta.

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