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Abbigliamento femminile

Relativamente alla tradizione italiana, l'area di maggior interesse è indubbiamente quella delle località istro-romanze di Dignano, Gallesano e Valle. In questi centri un particolare abito femminile (nelle rispettive varianti locali) si conservò all'incirca fino agli anni Settanta-Ottanta dell'Ottocento, allorché venne rapidamente soppiantato dalla moda di ispirazione borghese. I capi superstiti e le notizie attinenti provengono però quasi esclusivamente da Dignano. Oltre ai reperti conservati a Vienna, alcune parti del costume dignanese sono anche presso il Museo di Pisino, ma forse si tratta già di ricostruzioni effettuate negli anni fra le due guerre per il gruppo folcloristico. Come già segnalato, qualche singolo pezzo è conservato a Gallesano. Il quadro è completato dalle due statuine del museo di Roma che rappresentano una donna di Valle ed una di Dignano.
Mi sono dunque basato principalmente sugli esemplari del museo viennese e sui dati raccolti ai primi del Novecento da Domenico Rismondo, cultore della storia e delle tradizioni dignanesi, i cui contributi rimangono fondamentali, in primo luogo per quanto concerne le denominazioni di tradizione popolare31. Rispetto alla terminologia, si noti che i caratteristici dittonghi èi e òu del dialetto dignanese di norma nei dialetti di Valle e Gallesano danno le vocali semplici i e u, mentre u diviene o.

La camicia da donna camèisa (a Valle e Gallesano camisa) veniva indossata direttamente sulla pelle e copriva dalle spalle fino alle ginocchia. Aveva insieme funzione di biancheria e di capo di abbigliamento esterno. Nella versione di uso quotidiano il corpo della camicia era di canapa canapita, mentre le maniche erano di lino tila de casa o cotone bonbàs. Nella versione festiva era interamente di tela fine. La parte superiore era arricciata verso il collo dove era ricavata una increspatura dopiòn, talvolta ornata con un pizzo. Le maniche terminavano restringendosi ai polsi con un'increspatura sfisada. L'esemplare del museo di Vienna è fatto con quattro teli quadrati di stoffa, due dei quali formano rispettivamente il davanti e il dietro, gli altri due ciascuno una manica. Tutti e quattro i teli si uniscono quindi nella parte superiore e il loro restringimento viene a formare così l'apertura per la testa. Alle ascelle sono inseriti due piccoli quadrati, piegati diagonalmente.
Dalla vita in giù, si indossava una sottana carpita (termine derivato da un tipo di stoffa)32 di panno verde, rosso o azzurro, arricciata in vita e lunga fino ai piedi. Era ornata con un orlo di pizzo in filo d'argento detto rumana (romana)33. Nell'ultima fase venne sostituita da una sottoveste sotana di tela bianca. Dalla metà dell'Ottocento vennero adottati alcuni capi di biancheria: il bustino senza maniche bustèin e le mutande mudande, lunghe a mezza gamba e aperte al cavallo col tàio (taglio).
Sopra la camicia si indossava un corpetto senza maniche camisulèin (camiciolino)34 (a Gallesano camisolìn), nei giorni feriali di lana scura, nei giorni festivi di panno rosso (per le anziane nero), foderato di tela bianca o di altra stoffa. Il corpetto anteriormente aveva una scollatura rotonda, le due falde erano tenute insieme con dei gangheri, oppure venivano sovrapposte e puntate con un ago. L'esemplare da Gallesano è più lungo, con uno scollo di forma più squadrata.
La gonna soca o suoca era di tessuto nero di lana, di produzione locale gurgàn, gorgàn (grogano, ossia grossagrana)35, o acquistato nei negozi cambeloto (cammellotto). Il termine istro-romanzo soca corrisponde all' istro-croato sùknja (veste di panno). Già nel XII-XIII secolo il termine (che è panslavo) passò dalla Polonia nell'Europa occidentale per indicare un tipo di abito femminile che prese nome suckenie in Germania e sousquanie in Francia. Il panno di sùchigna è citato negli statuti medievali di Trieste e di Capodistria36. La soca era increspata in vita e lunga fino alle caviglie. Le soche di gurgàn erano usualmente guarnite con un orlo rosso o turchino. L'esemplare del museo di Vienna è composto da sette teli di stoffa, uno dei quali rimane quasi liscio sul davanti, mentre gli altri sei sui fianchi e dietro sono riccamente arricciati. In corrispondenza delle due cuciture che uniscono il telo anteriore diritto e gli altri ci sono dei piccoli spacchi che venivano uniti in vita con dei nastri.

Nell'abbigliamento festivo si indossavano un basso bustino brasarola e un paio di maniche staccate mànighe. Di norma i due capi erano fatti con il medesimo tessuto e costituivano un abbinamento inscindibile. A Dignano e Gallesano la brasarola era formata da due rettangoli di broccato di seta o altra stoffa policroma a fiori, oppure damasco rosso o verde, alti circa 10-12 centimetri. I due pezzi erano uniti per il lato corto da nastri bianchi o colorati, intonati al tessuto. Ciascuno dei due pezzi, foderato internamente di tela bianca, era bordato per tre lati da un nastro, normalmente bianco o rosso, mentre il lato inferiore aveva un orlo di tela bianca alto circa 4-8 centimetri. Spesso le brasarole erano ornate lungo i tre lati superiori con merletto di filo d'argento rumana. Erano sostenute da nastri colorati detti spalari. A Valle la brasarola era un po' più alta, e aveva spalline fatte con lo stesso tessuto. Secondo Rismondo (e nella statuina del museo di Roma), a Dignano la brasarola veniva indossata sopra il camisulèin. Il termine bracciaiola è attestato nel senso di manica o polsino, ma anche col significato di pezzuola rettangolare (forse perchè della lunghezza di un braccio?)37.


Le maniche staccate mànighe, che si infilavano sopra la camicia, erano fatte di due pezzi di tessuto cuciti insieme. Erano della stessa stoffa fiorata della brasarola, oppure di drappo nero o azzurro, con i soli risvolti uguali alla brasarola. Erano aderenti, lunghe fino a tre quarti del braccio. Nella parte superiore fino alla spalla la camicia usciva, formando un largo sbuffo. Un nastro detto travesàn congiungeva le due maniche sulla schiena, formando al centro un nodo ornamentale.

Sopra la gonna si indossava il grembiule travesa (veneto traversa), che nei giorni festivi era di seta nera o di raso color prugna o verde. D'inverno, invece della brasarola e delle mànighe, si usava il ghèlero, una giacchetta di panno marrone orlata con un bordo di pelliccia nero.
L'acconciatura dei capelli veniva molto curata. Alcune donne erano specializzate nel pettinare e venivano chiamate a domicilio a questo scopo. I capelli erano divisi in quattro con una doppia scriminatura incrociata. Posteriormente venivano raccolti in due trecce, legate e sostenute con una cordella di seta nera sensalèina, sendalèina (probabilmente da sensi, cingere) che si raccoglievano sulla nuca in una crocchia cupito (piccola coppa).
Sul cupito venivano infilati numerosi aghi crinali d'argento di diversa foggia. I più semplici erano gli aghi, con in cima un semplice pomello o degli uccellini e i curarice (curaorecchie), con la testa ovoidale. Gli aghi d'arsento, di norma dodici, venivano disposti a raggiera, e insieme ad essi altri spilloni di varia foggia, lavorati a filigrana. Le più benestanti sfoggiavano perfino ventiquattro aghi, vale a dire l'intera banda. Se il numero degli ornamenti crinali era limitato, si diceva mezza banda. La pianeta38 era lo spillone più grande, con un'ampia testa piatta variamente composta e ramificata. Le pianetole avevano in cima un globetto, gli spadèini avevano un'impugnatura della forma dell'elsa di una spada. I trèmuli erano degli spilloni con la parte terminale a spirale (una specie di molla) sulla quale era fissato un fiore che ondeggiava ad ogni movimento.
A Dignano in segno di lutto e nei giorni delle Rogazioni, ma anche semplicemente per ripararsi dal sole, le donne portavano un cappello rigido di lana nera capèl, di produzione locale, con la cupola bassa e la tesa molto larga. La base della cupola era cinta da un nastro nero fermato a fiocco sul lato sinistro. Non se ne è conservato nessun esemplare.
Si usavano anche altre coperture del capo: il tovaiòl e il sendàl (successivamente la capa). Tovaiòl e sendàl (zendale)39 erano di lino leggero ricamato e venivano fermati dietro sui capelli con uno spillo. Non sappiamo in cosa si differenziassero tra loro, nè quale fosse la loro forma (quadrata o rettangolare?), nè il modo esatto di piegarli e acconciarli in capo40. Ancora tra le due guerre, le donne anziane per andare in chiesa e nelle processioni, indossavano sulla testa e sulle spalle la capa, un ampio drappo di lana o seta, liscio o damascato, di colore diverso (rosso vivo, rosso scuro, verde, nero, azzurro, ecc.) a seconda della confraternita religiosa di appartenenza.
Attorno al collo si poteva disporre una pezza bianca ricamata fasulito da spale, che dietro scendeva a coprire, a triangolo, la schiena, mentre davanti si incrociava in ricche pieghe, coi due capi infilati e fermati nella cintura della gonna. Dei fazzoletti bianchi conservati a Vienna, non è dato sapere se fossero usati come copertura del capo o delle spalle. Si usava anche portare un più piccolo fazzoletto bianco ricamato fasulito del naso, f. del muso infilato in cintura sul lato destro. Le calze calse erano di cotone bianco o di lana nera, le scarpe di vernice, nere, aperte e senza legacci.

Oltre agli aghi crinali, altri ornamenti preziosi erano gli orecchini d'oro, fatti a semicerchio con tre pendenti a forma di piccole pere pìroli. Avevano un ago ad arco che veniva infilato nell'orecchio ed era sostenuto da un nastrino di seta nera perchè il peso non avesse a danneggiare l'orecchio. Ne esisteva anche un tipo munito di un quarto pendente, più piccolo, sopra il semicerchio. Al collo si portavano, infilate su un nastrino di seta, una quarantina di perle d'argento tondèini, o di granate, oppure una ventina di globetti d'oro pirusèini (perugini)41, semplici o traforati, con applicato un lavoro in filigrana. Si usava anche un catenina cordòn veneziàn, con appese una croce crus, un cuore cor, una stella stila ed altri pendagli. Tra gli anelli, oltre alla semplice vera vira, i più comuni erano a forma di serpente bèisa (biscia) o con due manine unite fide (fede) oppure con pietre o perle.

Nelle altre località con popolazione italiana dell'Istria, nella seconda metà dell'Ottocento sembra non esistesse un costume femminile con caratteristiche specifiche, neppure nell'altro centro istro-romanzo di Rovigno. Le statuine del Museo di Roma (insieme con qualche termine riportato dal Babudri) ci offrono qualche dato sulle fogge e sui tessuti in uso in quegli anni. Nella maggior parte dei casi la veste è tagliata in vita, formata da una gonna lunga al polpaccio o alla caviglia e da un bustino senza maniche (Muggia) o con maniche (Capodistria, Isola e Rovigno). Il tessuto è a tinta unita, a fiori, o quadrettato. Solo la donna di Buie indossa un giubbetto con maniche, aderente in vita, in tessuto a fiori con orlature gialle. Tutte portano il grembiule, liscio ma arricciato in vita, oppure a pietine (pieghette) verticali (Muggia e Isola), in tinta unita o a fiori. Solo a Muggia e a Buie hanno il fazzoletto da testa, annodato sotto il mento, rispettivamente nero a fiori blu e bianco. Alcune portano fazzoletti da spalle, incrociati davanti e infilati nel grembiule, bianchi o gialli (Capodistria e Isola), o fazzoletti da collo, annodati sul petto, bianchi o a quadri colorati (Buie e Rovigno). La ragazza di Rovigno ha anche un ampio scialle nero frangiato. Per lo più le scarpe sono basse e aperte di pelle scura, la donna di Buie ha invece scarponcini alti di cuoio chiaro con stringhe, mentre la ragazza di Rovigno porta delle pianelle a punta di legno con tomaia di cuoio. Le donne di Capodistria e di Isola indossano orecchini d'oro con smalto o perle. Due paia di orecchini, uno a navicella navisele, e l'altro a ciocca recini a cioca, conservati nei Musei civici di Trieste, sono rispettivamente di produzione rovignese e piranese.
Un caso particolare è rappresentato dall'abito festivo della donna di Pirano, usato ancora nella prima metà dell'Ottocento. Era di damasco o di broccato, formato da un'ampia gonna arricciata in vita e da un corpetto accollato, che si restringeva dal seno in giù con cuciture a costine ricurve. Sul capo veniva poggiata una cappa di seta nera sendà, sendàl, sendado, lunga fin sotto ai fianchi. Infine uno specifico abito da lavoro estivo era quello delle salinare di Pirano, composto da camicia e gonna, grembiule e fazzoletto da spalle, caratterizzato dall'ampio cappello di paglia e dalle particolari pianelle usate per non danneggiare gli argini e i fondi saliferi. Sia il cappello capèl de pàia a tronco di cono, che le pianelle taperini di legno con correggia di cuoio erano in uso ancora dopo la Seconda guerra mondiale nelle saline di Sicciole.

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