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C.R.P. Centro Raccolta Profughi

C.R.P. Centro Raccolta Profughi
Per una storia dei campi profughi istriani, fiumani e dalmati in Italia (1945/1970)


Iniziativa realizzata dal Gruppo Giovani dell'Unione degli Istriani in collaborazione con l'I.R.C.I. di Trieste

Nel novembre del 1954 nasceva, a Trieste, l’Unione degli Istriani: era la risposta all’ultimo delitto che la storia aveva compiuto nei confronti delle genti giuliano-dalmate. Se Trieste, con quel minuscolo lembo di terra della zona A del Territorio Libero, ritornava, il 26 ottobre, all’Italia, l’Istria, anche per quel che riguardava la zona B, era definitivamente perduta. Perdute Isola, Capodistria, Pirano, Buie, Umago …. come già avevamo perduto Pola e l’intera penisola istriana, Fiume, Zara e le isole.
Il 26 ottobre del 1954 in piazza Unità c’erano, assieme ai triestini, migliaia di istriani esuli ad accogliere i nostri bersaglieri, come già molti dei nostri erano stati in piazza nelle luttuose giornate di un anno prima a gridare “Italia!”, a rischiare la vita e a morire in nome di quella patria che da istriani, in Istria, non avrebbero più rivisto. Erano esuli del Silos, di San Sabba, degli stanzoni di via Tiziano Vecellio, dei mille luoghi che li avevano accolti in città (e non solo) ammassandoli come formiche, in disordinata promiscuità, in quella macerante inquietudine che dà l’incertezza dell’esistenza precaria. Erano figli di famiglie spezzate, costretti in un box di minima misura, obbligati nel dubbio sul futuro, eppure gridavano “Italia!”.
In nome di quella gente nostra, dei vecchi finiti dalla tristezza, dei neonati morti di freddo nelle baracche di Padriciano, dei figli e dei nipoti che non sempre sanno, perché i padri, per pudore, non hanno voluto raccontare e perché ai maestri non è convenuto parlarne, in nome nostro che, oggi, dopo cinquant’anni, non vogliamo perdere definitivamente la memoria, in nome di tutto ciò abbiamo voluto questo libro e questa mostra.
Grazie al Gruppo Giovani, grazie all’I.R.C.I.
C.R.P., Centro Raccolta Profughi, bel marchio, amici. Il nostro.

Silvio Delbello
Presidente
dell’Unione degli Istriani
e dell’Istituto Regionale
per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata



L’ULTIMO ATTO
di Piero Delbello

La storia della diasporagiuliano-dalmata ha un ultimo atto a chiusa di una trilogia (terribile) che, dopo il capitolo sulle violenze, le intimidazioni, le sparizioni, gli infoibamenti e quello (lunghissimo) sull’esodo, si chiama campo profughi.
È l’ultimo atto, anche se non la conclusione, della tragedia istriana, fiumana e dalmata del dopoguerra. E ha una sigla: C.R.P. (Centro Raccolta Profughi). Un marchio d’infamia, che non è inciso nella pelle, ma è stampato dalla storia nel cuore, per gli esuli giuliani che si portano quel cartellino indelebile al collo. Qualunque vita possano essersi ricostruiti in qualunque luogo. Sempre e comunque lontano dalla terra della nascita. Non uomini ma numeri, vittime della pulizia etnica del maresciallo Tito, obbligati dal terrore di macellai più bestie della Bestia di biblica memoria, quasi che fosse una colpa essere italiani – e, da un certo punto di vista, lo era –, gli esuli sono stati sventagliati a frammentarsi socialmente dopo che era già stata consumata la frantumazione della famiglia e, molto spesso, della personalità. Noi siamo nati da questa disgregazione multipla.
Siamo vittime ripetutamente: vittime nei fatti, che di per sé sarebbero innegabili, vittime delle ideologie vincenti, unilaterali nella visione, vittime di un sistema, quello italiano e democratico, che dal dopoguerra agli anni ’80 (e ’90, e quanto ancora oggi!) ha lasciato in mano alle sinistre (moderate ed estreme, ma con il medesimo esito) il concetto di “cultura” e vittime, quindi, del giudizio dello storico militante (l’unico con la patente). Quello che prima ha taciuto, rispondendo agli ordini del partito, ed ora “revisiona” il suo pensiero concedendosi e concedendoci di “ammettere” pur sempre con i “ma” e con i “però”.
Siamo vittime, ancora, di noi stessi, bravi nel lavoro, che significa vita e famiglia, e quindi società, ma scarsi culturalmente: perché prima si mangia e poi si pensa. Animaleschi in questo - ma non bestiali -, formiche industriose e mai cicale, neanche quando sarebbe servito urlare, abbiamo sofferto e combattuto una vita per toglierci di dosso l’odore dei Campi Profughi. Che non se ne voleva andare.
Era un odore intenso: acre e dolce, nato dalla commistione del cibo della mensa di via Gambini (e di tutte quelle mense neorealiste sparse per la penisola e le isole) o del pasto cucinato sulle spirali dei fornelli elettrici appoggiati sul banchetto nel box (che significava casa per una famiglia) del Silos o delle baracche di San Sabba, con il pungente della naftalina dell’abito stantio, l’unico, che si toglieva e metteva e con l’odore, quasi sapore, dei capelli che non potevano essere lavati. Abbiamo ricostruito i pezzi di un “io” disperso immersi in queste sensazioni che sapevano di minestra, di brodo “finto”, di “spazzapan” e “panadela”, di beceri pastoni che costavano poco, di vitamine mancanti, di anemie congenite, di vestiti (divise) di Beltrame pagate dall’E.C.A., l’Ente Comunale di Assistenza. Eppure la baracca del campo profughi ce la siamo portata dietro. Anche quando ne siamo usciti. E non solo perché continuavamo ad avere l’acqua in cortile (e non in casa) e il gabinetto in comune. Ma perché i nostri genitori, che non ci hanno parlato, ci hanno, però, trasferito quel senso di pudore e miseria (indotta) che spariva con difficoltà e lasciava intera l’ombra lunga e cupa. Ci siamo vergognati e abbiamo continuato a portare la vergogna dentro. E solo dopo troppi anni ci siamo chiesti perché.
Perché, se tuo padre era un contadino, come lo era tuo nonno, o un pescatore, che faticava a vincere la vita giorno per giorno, dovevi sentirti colpevole e loro stessi vivere questa sensazione? Perché una massa di popolo, plebe umile e onesta, aveva dovuto subire tutto questo? Non lo sapevamo, nessuno ce l’aveva mai detto, molti dei nostri vecchi non l’hanno mai capito. E se ne sono andati senza capirlo.
Oggi noi restiamo: è questo il luogo della nostra memoria.
C.R.P.: Centro Raccolta Profughi

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