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"Manlio Malabotta, immagini e parole" - Museo di via Torino, 14 gennaio-2 marzo

Amici! 

Vi segnaliamo che domani, martedì 14 gennaio, ore 18, inaugureremo la mostra "Manlio Malabotta, immagini e parole". La mostra rimarrà aperta fino al 2 marzo 2014: orari, lun-sab 10-12:30; dom 10-13. 

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Tutte le fotografie esposte in questa mostra hanno almeno 75 anni di età ed è sorprendente che l’insulto del tempo e la sottile, sotterranea azione degli agenti chimici necessari al loro sviluppo, non abbia intaccato i sali d’argento della loro emulsione. Il restauro digitale effettuato su ogni file uscito dallo scanner, ha così potuto riportare tutte le immagini all’antico splendore, restituendo allo stupore degli occhi di chi le guarda, la struttura della composizione, la scala dei grigi e ogni dettaglio inserito dall’autore nell’inquadratura. Manlio Malabotta ha realizzato tutte queste foto con una “Leica”, un apparecchio di piccolo formato, agile, poco pesante, da usarsi a mano libera. Lui era un amateur, un fotografo che realizzava immagini per passione, scrivendo con la luce sulla pellicola quanto colpiva la sua immaginazione, la sua cultura, la sua sensibilità. Poteva raccontare liberamente, creare le immagini a proprio piacimento perché era svincolato dalla committenza, dal risultato finale dettato da un cliente. In sintesi, era libero. Al contrario i fotografi professionisti negli anni Trenta erano obbligati e affezionati alle pesanti e statiche fotocamere a lastre, fissate a un cavalletto ben piantato nel terreno. In più dovevano rispondere al cliente che si era rivolto al loro studio e che avrebbe pagato le stampe ricavate dai negativi. Era quasi impensabile che questi fotografi usassero un apparecchio di piccolo formato come la “Leica”, apparso sul mercato italiano nei tardi anni Venti. Pochi avevano capito le sue grandi possibilità espressive collegate all’uso a mano, alla scelta dell’inquadratura non vincolata al cavalletto, alla grande autonomia diretta conseguenza dell’uso della pellicola cinematografica. Trentasei immagini erano contenute in ciascun rullino e potevano essere scattate quasi a raffica, senza dover togliere necessariamente l’occhio dal mirino.

Manlio Malabotta ha capito queste potenzialità del nuovo apparecchio e le ha usate sapientemente, sfruttando anche l’intercambiabilità degli obbiettivi. Assieme ai quaranta rullini sono emerse anche due ottiche costruite a Wetzlar dallo stabilimento della Leitz. Risalgono anch’esse agli anni Trenta: lo  si deduce dai numeri di serie incisi nel metallo delle montature. Questi due obiettivi, un grandangolo e un medio teleobiettivo, dimostrano l’attenzione, la cura, l’ansia di realizzare l’inquadratura “giusta” e pensata che contrassegnava la creatività narrativa dell’autore. Anche in questo Manlio Malabotta è stato un precursore. Alla “Leica” e alla precisione meccanica e ottica di questo apparecchio il notaio sarebbe stato fedele in tutta la sua attività di fotografo. Va aggiunto che tutte le fotografie esposte in questa mostra “nascono” da negativi d che hanno una dimensione di soli 24 per 36 millimetri. Nell’emulsione di questi “francobolli” è racchiuso un universo rimasto nascosto per 75 anni. Non esiste infatti, o meglio, non è emersa alcuna stampa su carta ricavata da questi 40 rullini. Molto probabilmente sono state spazzate via assieme ai libri biblioteca del notaio, dalla guerra che ha sconvolto l’Istria a partire dal settembre 1943. Restano invece le due immagini di Visinada stampate nel settembre 1937 sulle pagine di “Omnibus”. Due immagini di cui non si conosceva l’autore fino a pochi giorni fa, un mistero che questa mostra ha svelato.

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Malabotta negli anni in cui visse a Montona intensificò la sua conoscenza storica dell’Istria, con l’acquisto di libri che ne raccontassero le antiche vicende. Raccolse oggetti e reperti vari guidato dall’occhio esperto del critico d’arte e dal suo interesse verso tutte le espressioni di arte materiale legate al popolo istriano e alla sua storia. Dalle sue escursioni nei paesi, nelle chiesette, nelle botteghe, nella case ospitali gli capitava di tornare con cose preziose. In una vecchia cucina a Caroiba aveva trovato una madonnina lignea del Duecento che entrò a far parte della sua collezione così come una serie di immagini devozionali dipinte su vetro. Si è voluto accennare al contesto originario dove Manlio Malabotta trovò la madonnina, una semplice cucina istriana, con un mobile proveniente dal Magazzino 18 e ponendola a dialogare con una deposizione appartenente all’IRCI. La madonna, la deposizione, i vetri votivi e il vecchio mobile di una delle tante famiglie che dovettero abbandonare l’Istria vogliono rappresentare quel “mondo perduto” per Malabotta ricco di spirito religioso, di arte, di cultura, di umanità.  

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BIO. Manlio Malalabotta nasce a Trieste il 24 di gennaio del 1907. La madre Mileva Milinovich è di Castenuovo nelle Bocche di Cattaro, il padre Nicolò Malabotich, capitano marittimo, è di Lussinpiccolo. Compie gli studi a Trieste dove prende il diploma di maturità nel 1925 nel ginnasio liceo Dante Alighieri, per poi iscriversi alla facoltà di legge dell’Università di Padova. Si laurea nel 1929. Fin dai banchi del Ginnasio Malabotta sviluppò l’interesse per l’arte in tutte le sue manifestazioni, dalla pittura, all’architettura, alla fotografia, che lo porteranno ad esercitare un ruolo attivo e incisivo nell’ambiente artistico e culturale cittadino. Nel 1929 è critico d’arte sulle pagine del Il popolo di Trieste, partecipa alla realizzazione di mostre d’arte entrando in rapporto con artisti nei quali si riflettevano i movimenti di avanguardia dell’epoca, dedica ai pittori Vittorio Bolaffio e Carmelich due importanti saggi. Conosce a Roma Mino Maccari e Leo Longanesi con il quale intrattenne un lungo rapporto professionale e di amicizia: pubblicherà sulle riviste longanesiane L’Italiano, il Selvaggio, Omnibus e il Libraio articoli e fotografie.

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Nel 1932 suoi articoli e fotografie compaiono su Casabella; nello stesso anno è notaio a Comeno nel Carso goriziano e poi nel ‘35 a Montona dove diventa Podestà, carica dalla quale verrà allontanato per “tiepido spirito fascista”. Sospettato di collaborare con i partigiani sloveni e coinvolto in una missione di intelligence alleata deve scappare da Montona abbandonando nell’abitazione sita nel palazzo Polesini la biblioteca costituita da libri di pregio sulla storia dell’Istria e della Dalmazia e una collezione di reperti legati alla vita artistica e culturale dell’Istria. Unitosi alla brigata Garibaldi e poi entrato nei ranghi della “Foschiatti”, partecipa nel 1945 alla liberazione di Trieste. Fonda Savio lo dichiarerà benemerito dell’italianità della regione per il valido contributo dato alla resistenza e alla lotta per la Venezia Giulia negli anni 1943-45. Nel 1945 e 1946 come giornalista scrive su Trieste trasmette. Rassegna della radio, delle arti degli spettacolo e dello sport accanto a firme importanti della cultura triestina come Umbro Apollonio, Giorgio Vidusso, Lucio Vardabasso e Anita Pittoni.

Dopo un breve soggiorno a Roma, dove riallaccia i rapporti con Longanesi, Mino Maccari, Livio Bartolini, e soprattutto con Bobi Bazlen, raggiunge la sede notarile di Montebelluna. Sono anni difficili sul piano personale e professionale che Malabotta affrontà e supera con la sua consuetà energia. Nel 1947 pubblica una raccolta di poesie in dialetto triestino intitolata Diese poesie de novembre e un libro di prose TeorieLa conoscenza con Comisso e altri intellettuali del Veneto fanno riemergere in Malabotta la passione per l’arte e per l’opera di Filippo de Pisis. Nasce la sua importante collezione nella quale oltre ai molti e importanti quadri di de Pisis si trovano artisti come Nathan, Bolaffio, Carmelich, Morandi, Martini. La poesia e la scrittura passeranno in secondo piano, anche se Malabotta non smetterà mai di scrivere nei momenti liberi dall’attività notarile appuntando idee, versi, racconti su foglietti di ogni tipo.

Nel 1968, grazie all’amico Gino Pincherle, conosce l’editore svizzero Vanni Scheiwiller con cui sviluppa un sodalizio fatto di interessi reciprochi che si protrarrà nel tempo. Nella elegante edizione All’insegna del pesce d’oro escono raccolte di poesie per le quali la città gli dedicherà attenzione e apprezzamento. Libero dall’attività professionale intensifica i suoi rapporti mai interrotti con Trieste e suoi amici più cari fra cui Stelio Crise, Livio Corsi e Marcello Mascherini e con il mondo culturale istriano. Sue poesie escono su Pagine istriane e sulla BattanaTornato a Trieste definitivamene alla fine del 1974, nella casa progettata da Romano Boico sul colle di San Vito, Malabotta aveva la mente piena di progetti, fra cui quella di curare con Scheiwiller una collana dedicata alla cultura e all’arte istriana, intitolata “Costa orientale” dedicando il primo volume al poeta che egli più amava, Ligio Zanini. Su un foglio datato 20 aprile 1975 annotava “De magio a Verteneglio. Appunti per la storia sociale ed economica di Verteneglio”. Ma non ne ebbe il tempo. Manlio Malabotta moriva il 1 di agosto del 1975.

 

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"Radici. Vita tradizionale in Istria": di Roberto Starec e Sergio Sergas. Live in Revoltella, 13 gennaio, ore 17

Amici! 

Vi segnaliamo che lunedì, 13 gennaio, ore 17, il dvd "Radici. Vita tradizionale in Istria" di Sergio Sergas e Roberto Starec verrà proiettato nella prestigiosa cornice dell'auditorium del Museo Revoltella (g.c.).  

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Giocato sui concetti che possono esprimere gli elementi naturali, TERRA, ARIA, ACQUA e FUOCO, il dvd documentario “RADICI. Vita tradizionale in Istria” prodotto dall’I.R.C.I., Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata di Trieste, è l’ultima fatica di Roberto Starec, classe 1949, ricercatore fra i migliori nel campo dell’etnoantropologia che il panorama locale abbia potuto offrire negli ultimi anni, scomparso prematuramente il primo maggio 2012.

È la TERRA istriana, rossa, gialla o nera, ad essere l’anima, quasi martoriata ma resa produttiva dagli animali, i manzi istriani, nell’aratura tradizionale, ripresa mentre vi operano gli ultimi contadini capaci di portare al lavoro i bovini: l’ingiogatura, i metodi di aratura, le “trappole” inserite sopra gli zoccoli a bloccare la possibilità di deviazione o le “musariole”, messe, ancora, perché il “boscarin” andasse dritto e non cercasse cibo, distogliendosi dal percorso. È l’ARIA a gonfiare le vele tradizionali delle battane o delle passere, barche dei pescatori, ad indicare il percorso piegato dal timone. È l’ACQUA, su cui si naviga lungo la costa, terribile e temibile d’improvviso, quanto domata dall’abile mano di chi ancora sa condurre la barca, mossa solo dalla forza della natura guidata dall’uomo. È la stessa ACQUA che, ancora, spinge le ultime ruote dei mulini, ripresi nell’estremo funzionamento e oggi, inesorabilmente fermi, abbandonati. È il FUOCO irretito dall’uomo a produrre nelle carbonaie, tanto complesse e lunghe nella lavorazione, l’elemento fossile necessario ancora al fuoco per riscaldare. Ed è ancora il FUOCO a sviluppare la fucina del fabbro, nel suo battere tradizionale il ferro sull’incudine e ad inventare quel panorama magico di protezione per l’uomo dal soprannaturale. Poiché dove sta il ferro e dove agisce il fabbro il maligno non giunge.

Corredato da passaggi in dissolvenza fra l’immagine di un tempo, dagli inizi del '900 agli anni '30 e '40 di quel secolo, e l’ultima impronta della tradizione colta mentre è ancora nel suo agire prima che tutto scompaia, il documentario offre il recupero di un passato vissuto fissato nel film a restare traccia indelebile della consuetudine soppiantata, non sempre adeguatamente, dalla modernità. Va dato merito a Roberto Starec (e a Sergas che lo ha coadiuvato) di averci lasciato un capitolo necessario della vita nostra, come la seppero i nostri padri. Ed è, d’altra parte, in perfetta sintonia con quell’indagine corposa, puntuale, condotta da Starec con il suo consueto rigore, appena pubblicata dal Centro di Ricerche storiche di Rovigno, “Pietra su pietra”, opera che consente di gettare uno sguardo profondo su quell’architettura “tradizionale” in Istria - si badi alla connotazione che Starec intende attribuire al qualificativo “tradizionale” -   che se da una parte contraddistingue la dimensione rurale da un’altra illumina particolari abitativi anche di area marinara (le case delle saline, salari) o ancora va ad analizzare particolari determinanti come il “focolare sporgente”, vano, direi, a sé che si spinge all’esterno della conformazione abitativa sia in forma rettangolare o poligonale (cavada) che in forma semicircolare (tornica). Là non mancano i riferimenti ai portici o alle loggette, o a quell’apertura esterna così famigliare in certe zone, per quelle case con scala esterna in pietra che porta ad una sorta di ballatoio, terrazzino (sia coperto che scoperto) chiamato comunemente in Istria baladòr (ma anche baladùrbalidor, anche se così più in area triestina). Tratto che sicuramente ingentilisce l’aspetto dell’abitazione se visto a confronto con altre soluzioni tradizionali come quella della scala (in legno) interna.

Allo stesso modo il dvd traccia le linee di una documentazione antropologica dove lo “scrivere di un popolo” (quello istriano) non è frutto di osservazione distaccata ma di un rapporto empatico in grado di fornici la visione dell’attore - nell’azione analizzata - che è il testimone, “partecipato” dal ricercatore.

Tanti brani di un popolo, tanti tasselli di una società, nella tradizione e nella sua evoluzione, ci sono stati forniti da Roberto Starec e in molti casi proprio l’IRCI è stato promotore e produttore degli esiti delle sue ricerche: basti, fra i tanti, ricordare il volume “Coprire per mostrare. L’abbigliamento nella tradizione istriana (XVII-XIX secolo)” (IRCI-Svevo Trieste 2002) oppure il cospicuo saggio, accompagnato da due cd con le registrazioni sul campo, “I canti della tradizione in Istria” (IRCI-Grafo Brescia 2004).  

Il documentario “RADICI” è stato costruito con la collaborazione di Sergio Sergas, esperto e appassionato del settore, ed è frutto di una ricerca decennale promossa, appunto, dall’IRCI e concepita come contributo sia didattico in assoluto che come complemento al lavoro di allestimento e comunicazione del Museo della Civiltà istriana, fiumana e dalmata della nostra città, in via Torino, 8.

Piero Delbello

(foto di Sergio Sergas)

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Vittorio Antonio Cocever: Muggia, 21 dicembre-9 febbraio

Amici! Vi segnaliamo che a Muggia, nella Sala Comunale d'Arte Giuseppe Negrisin, potrete apprezzare una mostra antologica dedicata al pittore capodistriano Vittorio Antonio Cocever: quando? Si parte sabato 21 dicembre, ore 18; si chiude domenica 9 febbraio 2014. A che ora? Da martedì a venerdì 17-19; sabato 10-12 e 17-19; domenica e festivi, 10-12

La mostra è a cura di Maria Campitelli; il volume che va ad accompagnarla è opera del direttore dell'Irci, Piero Delbello.

Per approfondire: EXIBART+BENVENUTI A MUGGIA

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Esposizione promossa dal Comune di Muggia e dal Comune Città di Capodistria, organizzata in collaborazione con l'Unione Italiana, la Comunità degli Italiani di Capodistria, l'Università Popolare di Trieste, le Obalne Galerije Piran, l'I.R.C.I. e con il sostegno della Fondazione CRTrieste.

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Restyling alle spalle!

Amici! C'è qualcosa di nuovo, oggi, nel sito ufficiale dell'Irci; e qualcosa d'antico. Terminato il restyling, potete apprezzare tre aspetti fondamentali: per prima cosa, il sito è diventato pienamente compatibile con ogni “ferro”, dai tablet agli smartphone di ultima generazione; seconda cosa, abbiamo semplificato e snellito la struttura del sito, restituendo linearità e immediatezza alla navigazione, mantenendo la necessaria coerenza e la dovuta fedeltà al lavoro decennale pregresso. Terza e ultima cosa: abbiamo finalmente ripristinato la compatibilità dell'IRCI con i social network.

Qualche anticipazione sulle settimane a venire: tenete d'occhio le nostre “fotografie storiche”: sorprese in arrivo. A breve. Sezione per sezione. Infine, aspettatevi periodicamente novità su presentazioni e mostre nell'area dedicata alle “notizie”. A partire da gennaio...

Buone Feste!

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Stiamo lavorando per voi...

Amici! In questi giorni, stiamo dedicando parte del nostro tempo a un restyling del sito web: sostanzialmente, gli interventi sono e saranno rivolti a ripristinare piena compatibilità con qualsiasi device e a snellire e semplificare la logica del sito, adattando struttura e parte dei contenuti alle nostre esigenze e alle vostre richieste. Prevediamo che il restyling sarà terminato attorno al 15 dicembre. Fino a quel momento, vi preghiamo di avere comprensione per eventuali bug, nella navigazione, e in generale per difetti o aporie figlie del work in progress. Faremo comunque il possibile per evitarvi qualsiasi noia. Conclusa la ristrutturazione del sito web, vi saremo grati per ogni segnalazione di errore, guasto o incompletezza. Grazie.

 

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