ILLUSTRISSIMI. La pubblicità nel segno di tre grandi illustratori

AMSTICI    BARTOLI    SPIKIC

Dalla matita, ai pennarelli, all’acrilico, all’aerografo, al computer. Da mezzo secolo è questo il percorso operativo quasi obbligato che gli illustratori dei messaggi pubblicitari hanno affrontato, inchinandosi infine al dominio assoluto del digitale. La creatività ne è stata francamente mortificata. Anche per questo pare giusto e opportuno recuperare l'opera di tre grandi illustratori "cartacei" che già si meritarono una mostra a Trieste, nel 1983: Giampaolo Amstici, triestino, Giuliano Bartoli, nativo d'Isola d'lstria, Tomislav Spikic, nato a Zagabria da madre triestina. Illustratori al servizio di famose agenzie pubblicitarie e di famosi marchi da reclamizzare, illustratori diversi ma diversamente inconfondibili, ancora estranei all’invasione della computergrafica ovvero suoi utilizzatori (è il caso di Bartoli e della sua partner Patrizia Elli) solo come soluzione tecnica conclusiva di una creazione "pittorica".

E appunto pittori puri si sono segretamente sentiti, sempre, questi Tre Moschettieri, qui riuniti a quarant’anni dalla loro prima esibizione triestina. Oggi Spikic, uscito dal mondo profondamente mutato della pubblicità, dipinge per proprio diletto: singolari, suggestivi ritratti e scene di gruppo. Amstici, prematuramente mancato nel 2014, ha lasciato ai suoi estimatori l'affascinante serie delle Nuvole. Bartoli, con EIIi, inventa simpatiche variazioni sul curioso tema delle Balene.

Ma le loro performance in ambito strettamente pubblicitario, che ebbero il proprio clou negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, rimangono a testimonianza di quanta libera e felice inventiva potesse scaturire dalle maglie strette imposte dalle agenzie e dai clienti, e dalle necessità del marketing. "Rivali" ma colleghi e amici, Amstici, Bartoli-Elli e Spikic hanno attinto spesso a fonti ispirative comuni: la grafica "made in Usa" di un Norman Rockwell (caro soprattutto ad Amstici), la fantasy (fonte ispirativa per tutti e tre), un pizzico di surrealismo non privo di humour, una spruzzata di candida naïveté (Spikic soprattutto).

È lecito (e auspicabile) ritenere che, in tempi tanto mutati e con tecnologie tanto avanzate, la loro lezione possa essere ancora oggi valida per i molti giovani talenti cha al mondo dell’illustrazione si accostano, spesso affidandosi, più che alle matite o all’aerografo, ai tasti di strumenti sempre più evoluti, ma pure tirannici. Disegnare e dipingere necesse est, e viene prima di tutto. Digitare eventualmente dopo.

La mostra è aperta tutti i giorni dal 15 luglio al 3 settembre dalle ore 10.00 - 12.30 e dalle 16.30 - 19.30 (la domenica chiude alle ore 19.00).

 

 

Advertising in the sign of three great illustrators

Amstici Bartoli Spikic

From pencils to felt-tip pens, brushes, acrylic, airbrush and computer. For half a century, this has been the almost mandatory design path that advertising illustrators have taken, finally bowing to the absolute dominance of digital. Creativity has been frankly mortified. This is also why it seems right and proper to recover the work of three great ‘paper’ illustrators who already deserved an exhibition in Trieste in 1983: Giampaolo Amstici, from Trieste, Giuliano Bartoli, a native of Isola d’Istria, and Tomislav Spikic, born in Zagreb of a Triestine mother.

Illustrators at the service of famous advertising agencies and famous brands to advertise; illustrators who are different but differently unmistakable, still strangers to the invasion of computer graphics or who use it ( this is the case of Bartoli and his partner Patrizia Elli) only as a final technical solution to a ‘pictoral’ creation.

And indeed, pure painters have always secretly felt themselves to be the Three Musketeers, reunited here forty years after their first exhibition in Trieste. Today, Spikic, who has emerged from the profoundly changed world of advertising, paints for his own pleasure: singular, evocative portraits and group scenes. Amstici, who died prematurely in 2014, left his admirers the fascinating Clouds series. Bartoli, with Elli, invents nice variations on the curious theme of whales.

But their performances in the strictly advertising sphere, which had their climax in the 1980s and 1990s, bear witness to how much free and happy inventiveness could spring from the tight constraints imposed by agencies and clients, and the needs of marketing. ‘Rivals’ but colleagues and friends, Amstici, Bartoli-Elli and Spikic often drew on common inspirational sources: the ‘made in USA’ graphics of a Norman Rockwell (dear above all to Amstici), fantasy (inspirational source for all three), a pinch of surrealism not devoid of humor, a touch of candid naïveté (Spikic above all).

It is legitimate (and desirable) to believe that, in such changed times and with such advanced technologies, their lesson may still be valid today for the many young talents who are approaching the world of illustration, often relying on the keys of increasingly evolved but also tyrannical instruments rather than on pencils or airbrushes. Drawing and painting necesse est, and comes first. Typing may come later.

The exhibition is open every day from 15 July to 3 September from 10.00 - 12.30 and from 16.30 - 19.30 (Sunday closes at 19.00).

Romolo Venucci. Viaggio verso l'astrazione

Romolo Venucci era nato a Fiume nel 1903 e sarebbe cresciuto in una famiglia numerosa, assieme ad un fratello gemello, tre sorelle ed un altro fratello. Il padre Antonio Francesco Wnoucsek era ungherese, originario di Pecs, venuto a Fiume come ufficiale dell'esercito austroungarico; la madre era Maria Anna Rostand di origine slovena (Carniola).

In una famiglia amante dell’arte come la loro, le serate musicali al suono di violino, violoncello e altri strumenti erano un evento comune. Venucci studiò pittura a Budapest presso la Regia Scuola Superiore Ungherese d’Arte dal 1923 fino al 1927. Il suo professore all’accademia fu l’illustre pittore ungherese János Vaszary, la cui influenza si riconosce nella pittura di Venucci. Già durante periodo degli studi, Venucci espose in mostre collettive di artisti ungheresi e poi in numerose mostre collettive in varie città italiane fra cui Roma (1928), Genova (1931), Fiume (1927, 1933), e Firenze (1933).

Al rientro dagli studi a Budapest Venucci si è piuttosto audacemente avviato allo sviluppo di una propria espressione artistica d’avanguardia, verso orizzonti espressivi cubo-costruttivisti. Si è presentato al pubblico, nella sua città natale, nell’ambito della Seconda Esposizione Internazionale di Belle Arti della città di Fiume, del 1927, assieme ai pittori fiumani del tempo: Carlo Ostrogovich, Mario De Hajnal, Ugo Terzoli, Maria Arnold, Miranda Raicich, Bruno Angheben, Ladislao de Gauss e altri. Nella stampa di Fiume lo hanno denominato giovane pittore originale, artista d’avanguardia dell’ambiente fiumano, nella cui pittura si riconosce il legame con l'avanguardia francese e ungherese. Le opere create in questo periodo costituiscono una parte rilevante del suo opus e oltre al fatto che hanno attratto l’attenzione della critica d’arte, Venucci è riuscito, appunto mediante una specifica scomposizione e deformazione dell’oggetto, aspirando a una maggiore espressività della pittura, a frazionare il mondo della forma instaurando un’intima coesione con le strutture e addentrandosi nella “psicologia“ della percezione dell’oggetto con una conoscenza quasi matematica.

La sua prima mostra individuale fu a Fiume nel 1944. L’anno seguente, assieme allo scultore Vinko Matković e il pittore Vilim Svečnjak, fondò la Società Croata degli Artisti Visivi di Fiume. Oltre ad essere stato presente in numerose esposizioni ed aver creato un opus considerevole in stile realistico, futuristico, cubistico e astratto, Venucci si distinse anche in ambito pedagogico assumendo il ruolo di professore. Nel corso della sua vita partecipò a quattro mostre individuali, tre a Fiume e una in Lombardia, a Varese. Sono state organizzate in suo onore una ventina di mostre postume in ambienti museali di Fiume, Udine (1979), Zagabria (1993/1994), Rovigno (2003) e altrove.

Venucci a Fiume è noto e riconosciuto, ma nonostante in un’occasione, nei primi anni ‘30, fosse stato proclamato il pittore più moderno d'Italia, sfortunatamente oggi non è noto nella storia dell’arte né croata né italiana. Rimane ancora, sia per l’una sia per l’altra. un fenomeno marginale, lontano e sconosciuto. Resta sospeso al di sopra delle impostazioni nazionali del suo tempo. Così è che non possiamo non considerare come una nostra missione il rivelare la sua opera e rivalutarne la prestigiosa posizione che siamo convinti si meriti.

INAUGURAZIONE GIOVEDI' 11 MAGGIO 2023 ALLE ORE 17.30

presso il Museo istriano di via Torino, 8. Ingresso libero.

La mostra rimarrà aperta fino al 2 luglio tutti i giorni con i seguenti orari: 10.30-12.30 e 16.30-18.30.

IN ESILIO. Atmosfere e propagande ...diverse

Dal 9 febbraio al 30 aprile 2023

Nei triestini che hanno vissuto consapevolmente gli anni Quaranta e Cinquanta c’è la precisa convinzione di essere stati protagonisti quando i grandi eventi hanno bussato ai loro usci. Non potrebbe essere diversamente con una società immersa in uno stato di guerra che si è protratto per un abbondante biennio, ben oltre la fine canonica delle ostilità, dalla primavera del 1945 alla tarda estate del 1947 e poi in lungo dopoguerra che si è arrampicato fino al cuore degli anni Cinquanta.

E qui accanto c’era la Jugoslavia di Tito, prima sodale di Mosca e poi in conflitto ideologico, eppure sempre comunismo era, innervato pure da forti pulsioni etniciste. La Venezia Giulia ha conosciuto non poche traversie storiche le cui radici affondano negli ultimi decenni deII’Ottocento.

Venezia Giulia: spazio di frontiere tra Europa e Mediterraneo attraversato da confini materiali e immateriali, visibili e invisibili, dolorosi per chi li subisce, rassicuranti per chi vuole sentire protetto. Comunque, volubili. Confini che sono stati tracciati e spostati almeno sei volte tra il 1915 e il 1954 e nello spazio circoscritto di una cinquantina di chilometri. Confini che hanno marcato il territorio e segnato nel profondo la percezione dell’altro e la mentalità comune. E’ stato il tempo delle contrapposizioni più aspre: noi-loro, noi-voi, i "no- stri" e gli "altri”. I ’talioni e i druzi, e non si sa dov'era vera amicizia o disprezzo. La "fratellanza italo-slava" e l’"italianità”: nei due concetti contrapposti c'è il senso della guerra dei Mondi scatenata a Trieste e in ciò che le rimaneva.

C’è stato un tempo in cui quei confini invisibili, ben piantati nella testa della gente e altrettanto percepiti, hanno pure diviso la città ripopolata nel dopo- guerra dagli esuli deII’lstria, Fiume e Dalmazia, sradicati e straniati che nulla chiedevano se non di comprendere la loro condizione di provvisorietà e di mestizia e il desiderio di rifarsi un’esistenza.

La mostra immerge il visitatore nel clima di allora e propone una lettura comparativa tra quei mondi contrapposti che si misuravano a colpi di propaganda, spesso diretta e spregiudicata ma anche sottile e subliminale. Una contrapposizione che ha il suo nerbo neIl’aspro confronto anticomunismo- comunismo ma di fatto tra sistemi liberaldemocratici e sistemi popolari socialisti: visioni diametralmente opposte. E un gioco degli specchi in cui si riflette la propaganda largamente adottata nel secondo dopoguerra nella Venezia Giulia e poi in particolare nella Zona A del Territorio Iibero di Trieste con una cadenza e una cronologia che vanno tenute da conto.

Il trattato di pace del 10 febbraio 1947 siglato a Parigi, entrato in vigore il 15 settembre 1947, assegnava aII’ItaIia Gorizia e la residua provincia, Pola, Fiume e Zara alla Jugoslavia oltre a tre quarti del territorio regionale. Sulla porzione residua veniva stabilita la costituzione del Territorio libero di Trieste, a sua volta diviso in Zona Anglo-americana e Zona B all‘amministrazione militare jugoslava con gli affari civili assegnati al Comitato popolare distrettuale deII’Istria, di fatto espressione unica del Partito comunista jugoslavo. Fino al 1º agosto 1948 il Governo militare alleato mantenne il controllo civile su Trieste, rinviando le elezioni amministrative all'anno successivo in quanto le tensioni politiche presenti non davano sufficienti garanzie. Solo dopo quella data nella Zona britannico- statunitense del Territorio Iibero di Trieste si furono delle modifiche, poi culminate con le elezioni amministrative comunali del 12 giugno t949. La situazione rimase inalterata fino al 9 maggio t952 quando con il primo Memorandum di Londra l'apparato amministrativo centrale della Zona A ebbe l’inserimento di funzionari nominati dal governo italiano. Poi l’ultimo biennio, contrassegnato anche da crescenti tensioni tra Italia e Jugoslavia, tra i circoli nazionali italiani e il Governo militare alleato fino ai luttuosi incidenti del novembre ’53, non ultima stazione del Golgota giuliano, perché al secondo Memorandum di Londra del 5 ottobre 1954 e alla restituzione della Zona A all’amministrazione italiana seguì un ultimo grande esodo dalla Zona B il cui destino era inevitabilmente segnato. Trieste era diventata città del dolore: degli esuli dai territori ceduti, dei profughi dalla Zona B del Territorio libero, di coloro che fuggivano ad Occidente dai Paesi sotto i regimi nazionalcomunisti; dei campi di raccolta profughi ricavati pure nel Silos ferroviario da cui erano passati gli internati militari e nella Risiera di San Sabba, il Polizeihaftlager nazista, ultimo indirizzo conosciuto prima dell'eliminazione o della deportazione nei campi di sterminio. Era la città dell’angoscia per i troppi offesi, umiliati, dispersi, morti, deportati. Pure dalla Jugoslavia di Tito. E lo sarà per molto tempo, fino all’esaurirsi del Novecento. Ma non si deve rimuovere quella memoria e tantomeno relativizzarla. Nessun settore e nemmeno segmento della società sembra estraneo al fatto più evidente: tutto è diviso e tutto è doppio. Per fare un solo esempio, due i campionati di calcio di serie A, la Triestina in quello italiano - anche se dovrà giocare per un po’ a Udine causa le minacce politiche - e I'Amatori Ponziana in quello jugoslavo. Ma se doppio è Io sport, altrettanto vale per le altre espressioni culturali di massa, dal teatro al varietà, dalla musica al cinematografo dove, a Trieste, si proiettavano pure film sovietici in versione originale, altrove invisibili. Tutto doppio ma anche triplo, come dopo la rottura tra Stalin e Tito, l'espulsione della Jugoslavia dal Cominform (28 giugno 1948), per cui dal 1949, il Primo Maggio sarà celebrato in tre manifestazioni distinte: quella della Camera del lavoro, quella della CgiI ortodossa comunista e quella dei comunisti filo jugoslavi che ben presto indosseranno in panni di un fumoso movimento indipendentista per poi passare armi e bagagli in un altro di ispirazlone socialista e transitare infine nel Partito socialista italiano; tanto così per confondere le idee.

Manifesti murali; brossure e pubblicazioni realizzate con larghezza di mezzì, volantini di ogni dimensione e coloritura, stampa quotidiana e periodica la cui tiratura era superiore alla stessa capacità di ricezione locale, invadono tutti gli spazi. Non mancano i giornali satirici italiani e slavi, scorrettissimi e diretti a colpire I’avversario fino alla contumelia. Anticomunismo, italofobia, antititoismo, anglofobia, slavofobia: un tutti contro tutti per distinti campi in cui c’è sempre un ”noi" e un “voi". Tutto è vissuto con una passione sicuramente aderente allo spirito del tempo. Infatti, è interessante osservare come dalla seconda metà del 1948 nella propaganda filojugoslava scompaia ogni riferirnento aII’Unione sovietica e al Paese guida del movimento comunista, e quanto invece emergano il ruolo di Tito e le bandiere rosso stellate slovene, croáte e degli italiani deIl’Istria jugoslava.

Si era detto per quei tempi che Trieste soffriva di isolamento e insularità: le condizioni in cui Ie vicende storiche l’avevano posta nel corso del Novecento confermavano quella constatazione. Ma la Storia le ha assegnato un qualche altro compito di cui ancora non conosciamo esito e sviluppi. Meditando su quei tempi di divisione e di scontro, i triestini antichi e nuovi sappiano trarre i migliori auspici e l'insegnamento per un presente diverso.

Visite guidate al “Magazzino 18” e alla prima parte del nuovo Civico Museo della civiltà istriana, fiumana, dalmata presso il polo museale del Magazzino 26

PORTE APERTE Febbraio 2024 (posti esauriti)

Ecco qui di seguito il calendario di marzo:

  • sabato 9 marzo alle ore 15.30 (posti esauriti)
  • sabato 23 marzo alle ore 15.00 (posti esauriti) 

Le date di aprile verranno comunicate quanto prima.

Nel caso venisse raggiunto il numero massimo di partecipanti, si avvisa tuttavia che sarà sempre possibile contattare il numero e l'indirizzo mail riportati qui di seguito per inserirsi nella lista d'attesa qualora vi fosse qualche disdetta.

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